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«Le nozze di Figaro» di Graham Vick

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«Le nozze di Figaro» di Graham Vick

«Le nozze di Figaro», regia  di Graham Vick, Teatro dell'Opera, Roma
«Le nozze di Figaro», regia di Graham Vick, Teatro dell'Opera, Roma

Ovviamente sono “Le nozze di Figaro” di Graham Vick, e dunque hanno un centro, un'idea di fondo, un pensiero che le porta al nostro presente. Con l'immagine forte di un elefante, enorme, visto dal basso, da noi nani, e di cui perciò in scena appaiono solo le minacciose zampe, dominanti nella seconda parte dello spettacolo. Coi cantanti che gli girano intorno totalmente indifferenti, nella seconda parte dell'opera, mentre lui ha già alzato il piede destro per schiacciarli. Già nei primi due atti se ne respirava il presagio, nella parete della stanza della Contessa lacerata dalla foto-safari del bestione, che irrompe devastante.

Un elefante
Avere un elefante nella stanza e non accorgersene è un motto inglese perfetto per raccontare la drammaturgia di Mozart-Da Ponte-Beaumarchais. Per la prima volta la leggiamo in maniera diversa: non tanto una denuncia dello “jus primae noctis” (di cui ci interessa poco, e sicuramente ancora meno toccava il Settecento libertino) quanto una riflessione amara, amarissima, sulla violenza sulle donne, sui corpi oggetto, usati e appesi a un muro. In quello che era il castello del Conte di Almaviva, ora evoluto in un'attuale dimora di nuovi ricchi, che girano in casa a piedi nudi e escono dalla doccia già col Rolex, tutti fingono, perché tutti sanno. E Susanna è meno ardita della Contessa, che diventa il vero perno della storia, come è scritto in partitura (per chi la voglia leggere). E Cherubino ha già il fascino magnetico e perdente del Conte: non a caso sono sempre vestiti uguali, giacca blu e pantaloni bianchi, e nel finale vestaglia orientale.

Opera di Roma
Con quella sequenza di Susanne appese come trofei, gettate in carriola oppure nude per terra, o sedute come manichini, è un bel pugno nello stomaco, il finale dello spettacolo che ha debuttato ieri all'Opera di Roma, chiudendo tra applausi e dissensi. Ma non c'è dubbio che rappresenti la lettura più innovativa del famoso titolo mozartiano. E non solo sul piano della regia. Perché anche la concertazione di Stefano Montanari, che non ha nulla dei meccanici barocchisti, ma nemmeno dei grondanti romantici, ci restituisce un Mozart elettrico, quasi senza senso del battere e della battuta, per frasi che sembrano senza fine, già dalla Ouverture.
Magnetica negli accompagnamenti più drammatici e sempre con una attenzione inedita ai Recitativi, letteralmente inondati di musica, dal fortepiano. È lo stesso Montanari a suonarlo, creando una continuità sonora, vulcanica di idee, su un basso continuo mai sentito tanto improvvisato, ricco. A volte in direzioni persino eccentriche, spiazzanti.
Per chi cerchi un Mozart di sete e crinoline, queste “Nozze” sono da evitare. Qui non si ripassa il solito noto, e non si esce da teatro fischiettando il “Farfallone amoroso”. Però in compenso si torna all'opera nel suo significato profondo. Mai museale. È come sempre, quando uno spettacolo ha idee e coerenza, tutti i cantanti non solo cantano meglio, ma sono veri: il canto diventa il racconto di questa verità, che le parole da sole non sanno dire. Federica Lombardi è la Contessa, con la pasta più morbida di soprano che si possa oggi immaginare: la sua seconda Aria è perfetta, anche nelle colorature della ripresa, che dicono non tanto filologia, prassi antica, ma sempiterno smarrimento femminile, interrogativo, “dove sono?”, su un assoluto perso di dolcezza e piacere. Vick, nei costumi di Samal Blak, new entry della squadra e autore anche delle scene con l'elefante, vuole la Contessa tra pigiami di seta, jeans voracemente strappati, ricami a pelle su un bianco lungo da gran sera, per finire col vestito più giusto: quello dello scambio con Susanna, da vera cameriera, dove è il suo sguardo a raccontarci quello che era sotto gli occhi di tutti.
La violenza guascona del Conte, la superficialità, il finale infantile, Mozart non le giudica: questo spettacolo le offre scoperte, con ironia che fa sorridere, e Andrey Zhilikhovsky le asseconda perfetto. Voce un po' piccola, come anche quella della Susanna di Elena Sancho Pereg, ma in generale anche degli altri - tranne la Lombardi e la sorpresa dello smerigliato Cherubino di Miriam Albano - tanto da far pensare a una precisa scelta espressiva, teatrale. Dove il volume non uccida la parola. E si tagliano le due Arie del quarto atto, che proprio in questa corsa di folle giornata non avrebbero casa (e il bestiario, oltretutto, è già ben rappresentato). In una compagnia dove si sceglie di costruire, dunque con nomi nuovi, under trenta, varie presenze della scuola interna di “Fabbrica”, e dove Figaro è Vito Priante, baritono chiaro e snello, duttile.
Come tutti inserito nel gioco insieme del far teatro. Dove “Le nozze di Figaro” escono intrecciate nella più ricca trama, corali e spiritose. Piene di gesti mai immaginati: ad esempio con Figaro che finalmente risponde al ruolo del nome, cioè è barbiere. È dunque fa la barba, la prima barba, a Cherubino: anziché scimmiottare la solita marcia. Con un gesto iniziatico assai più simbolico. Cercando poi invano di inseguirlo con le forbici, per tagliargli i lunghi capelli da adolescente vanitoso e ribelle. Farfallone, certo. Come dicono Mozart e Da Ponte. Ma dove noi lo abbiamo sentito per tante volte, smarrendone il significato.

Graham Vick
Graham Vick, Stefano Montanari, tutti i cantanti, il coro di Gabbiani, ce lo hanno restituito. Per farci divertire e non solo. Anche per proiettarci sul prossimo “Don Giovanni”, tra un anno, a Roma. Perché ora la trilogia è quasi svelata, tra “Così fan tutte” che rappresentava la scuola, per ricominciare ad imparare ad amare, ritornando bambini nella piena luce e “Le nozze di Figaro” dove vince la distruzione del castello delle finzioni, con la Contessa che getta a terra l'anello del Conte, che la credeva Susanna e lo conquista Don Basilio, lo spiritoso effemminato trash Andrea Giovannini. Mentre il materasso matrimoniale nuovo, portato con fierezza dal Figaro del “Cinque, dieci...” a inizio opera, resta a terra. Ancora nella plastica. Intatto.

«Le nozze di Figaro» di Mozart; direttore Stefano Montanari, regia di Graham Vick; Roma, Teatro dell'Opera, fino all’11 novembre

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