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Ritratto di un uomo particolare

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Cinema

Ritratto di un uomo particolare



Indimenticabile. Marcello Mastroianni ne «La dolce vita» (1960)
Indimenticabile. Marcello Mastroianni ne «La dolce vita» (1960)

«Marcello amava la gente e la vita e a questo slancio attribuiva la sua fortuna di uomo e di attore. La sua voce magica, carica di umanità, sensibilità ed entusiasmo è importante in un momento così delicato del nostro Paese, un invito a mettere da parte l’astio», commenta Anna Maria Tatò, regista e compagna di vita per ventidue anni di Mastroianni. È grazie a lei che alla mostra inaugurata all’Ara Pacis di Roma si può sentire l’espressione più autentica dell’icona de La dolce vita, abbandonata all’intimità, rivelatrice delle pieghe più nascoste: dalle ombre, accentuate dalla frenesia lavorativa che lo trascinava da un set all’altro, agli aneddoti, ai ripensamenti, catturati nel documentario-testamento Mi ricordo, sì, io mi ricordo, girato da Tatò nel 1996 durante le riprese di Viaggio all’inizio del mondo di Manoel de Oliveira.

«Rifiutava di mostrarsi, respinse perfino la BBC. Ma un giorno fu lui a propormi: “Andiamo in Portogallo e facciamo una cosa insieme. Voglio una troupe piccolissima”, che comprendeva solo gli amici stretti, il produttore Roberto Cicutto e il direttore della fotografia Giuseppe Rotunno. Si dava generosamente, con fantasia, ma ogni tanto faceva capolino un pensiero: “Ecco, adesso mi diranno che voglio fare l’intellettuale, che ho fatto questo film per allontanare il fantasma del bell’imbusto e del latin lover”». Un’etichetta guadagnata anche grazie a Ieri oggi e domani (1963) e a Matrimonio all’italiana (1964) di Vittorio De Sica, recitati nell’indovinatissima coppia della mitologia cinematografica con Sophia Loren, incontrata in Peccato che sia una canaglia (1954) di Alessandro Blasetti. Allora aveva trent’anni e il bell’aspetto. I tratti fini, la voce sensualissima, il piglio malandrino che sapeva agitare, lo inchiodarono nella macchietta del femminaro. Anche per scrollarsi di dosso quella patina macista volle il ruolo dell’impotente ne Il bell’Antonio (1960) di Mauro Bolognini e quello del doppiamente cornuto Fefè in Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi. Nel documentario della compagna, Mastroianni mostra il lato più vero, fragile, malinconico, solitario y final, che appare anche in Che ora è? con Massimo Troisi del 1989 di Ettore Scola, nel tragicomico senso di incomunicabilità di un padre che si riduce a elemosinare notizie sul figlio dalla futura nuora. «Fu Marco Ferreri - ricorda Tatò - ad aiutarmi negli ultimi ritocchi del documentario per presentarlo a Cannes nel 1997, nella sezione Un certain regard». Il regista milanese in qualche modo fu il pronubo del legame tra Tatò e Mastroianni sul set de La grande Abbuffata (1973), di cui Tatò curava l’ufficio stampa. Lì, prima di diventare regista -tra i suoi lavori, Le serpentine d’oro (1978), Doppio sogno dei Sigg. X (1980), Desiderio (1983), L’addio a Enrico Berlinguer (1984), La notte e il momento (1995), oltre al documentario sul compagno - incontrò Mastroianni. «Quando proposi a Marcello un’intervista, mi rispose a muso duro: “Non se ne parla proprio, detesto la stampa”. “Non mi rivolgo certo ai giornali scandalistici”, gli risposi, girai i tacchi e non gli rivolsi più uno sguardo. Ferreri, che era uno stregone, faceva dei pronostici: “Avrai con Marcello un legame duraturo. È strano che non siate ancora fidanzati”». L’avvicinamento, conciliato da amici come Elio Petri (per cui Mastroianni fu il don Gaetano doppio e corrotto di Todo Modo nel 1976) ed Enzo Siciliano, fu lungo e complesso, specchio delle loro personalità intense e orgogliose.

Nelle stanze della mostra si trovano tracce anche di questi spiragli di vita, oltre che della gloriosa carriera di Mastroianni, in un percorso fatto di 600 foto, video tratti da moltissimi film, manifesti originali, costumi, ceramiche, che ci riconnettono al legame con la sua origine frusinate, il padre falegname, lo zio scultore. C’è il debutto sul grande schermo ne I miserabili (1948) di Riccardo Freda, quello più polveroso, ma non meno amato, nel teatro d’avanguardia e scandaloso di Luchino Visconti in Rosalinda o Come vi piace da Shakespeare e poi in Un tram che si chiama Desiderio di Tennessee Williams del 1949. C’è il Mastroianni delle commedie neorealistiche di Luciano Emmer, come Domenica d'agosto (1950) , dove fu doppiato da Alberto Sordi. Il primo a offrirgli un ruolo drammatico fu Carlo Lizzani in Cronache di poveri amanti (1954), in cui vestiva i panni di Ugo, venditore ambulante di frutta e verdura, antifascista che aveva lasciato sonnecchiare la politica per dedicarsi alle gonnelle. Ma c’è soprattutto il miracoloso ed esplosivo legame con Federico Fellini, di cui fu alter ego e attore feticcio, riflesso del regista riminese che, atraverso di lui, rincorreva i suoi fantasmi psicoanalitici (La dolce vita, 1960, 8 e ½, ) e scandagliava il suo rapporto con le donne (Giulietta degli Spiriti, 1965, La città delle donne). «In 8 e 1/2 era tutto in movimento con le piroette, il circo e il cerchio finale. È un film sulla speranza, che parla della crisi di un grande autore, un inno alla vita, alla tolleranza, all’ironia, alla critica sociale», commenta Tatò, che ha vissuto a Roma a stretto contatto con le più belle teste del cinema e della letteratura del tempo, da Moravia a Volonté, da Manganelli (sul quale girò un documentario) allo stesso Fellini. «Quando arrivavo con la macchina da presa Federico mi avvertiva: “Non mi pigliare da sotto perché altrimenti mi viene il faccione” e poiché mi rivolgevo a lui in modo formale, mi rimproverava: “Annetta, ma che fai? Mi dai del lei?”. Veniva a cena a casa, mi regalava i suoi disegni e mi ammoniva: “Anna Maria, non sottovalutare mai Marcello, perché è un uomo molto sensibile e intelligente”. E io rispondevo: “E bugiardo come te!”»

Mastroianni è forse la figura più amata del nostro cinema all’estero: tre volte candidato all’Oscar come miglior attore per Divorzio all’italiana, Una giornata particolare e Oci ciornie (1988), vincitore di due Golden Globe, due Premi Bafta, per due volte insignito migliore attore a Cannes e a Venezia, ha avuto otto David di Donatello, otto Nastri d’argento, un Leone d’oro alla carriera nel 1990, sei anni prima di morire. «All’estero era molto popolare. Il New York Times mi ha intervistato quattro volte sulla sua vita. Nell’ultimo colloquio, mi accorsi che stavo facendo un’apologia di Marcello. Mi fermai: “Penserà che parlo così solo perché sono la sua compagna”, e conclusi: “Aveva molte qualità, ma i suoi difetti non li dirò”. Scoppiai a ridere, trascinando anche il giornalista». Proprio come in quella foto bellissima in cui a ridere sono loro due, Anna Maria e Marcello, al mare, abbronzati, su una barca ritirata dal mare.

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