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Gaber raccontato dai suoi amici

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musica

Gaber raccontato dai suoi amici

Giorgio Gaber era uno che aveva capito tutto. Aveva capito, per esempio, «la forza di questa cosa brevissima e in fondo fragile» che è la canzone. Non di tutte le canzoni, però. «Io non sono un grande appassionato della canzone, nel senso che sono legato solo a un certo tipo di canzone e mi interessa solo quella». Quel “tipo” a cui faceva riferimento in una intervista rilasciata nel 1998 alla rivista “Chitarre” è poi diventato addirittura un genere (il teatro canzone), associato per sempre al nome di Giorgio Gaber.

In quella intervista - e nelle altre riportate nel libro “Giorgio Gaber, sette interviste e la discografia commentata”, curato da Luciano Ceri ed edito da Squi[libri] - si ripercorre la carriera dell’artista e ci si immerge nel suo lavoro.

Un viaggio nel tempo, in un Paese che mutava rapidamente, al contrario di Gaber che cantava «Io cambio poco, cambio molto lentamente»: un viaggio dagli anni ’50 ai 2.000, da «Ciao ti dirò» a «Se ci fosse un uomo», la canzone-monologo «che possiamo considerare come il suo testamento artistico e umano», scrive Ceri: «È stato il tema fondamentale e costante della ricerca artistica di Gaber, indagare l’uomo, l’individuo, con tutti i suoi problemi esistenziali e sociali, un uomo in cerca del suo posto nel mondo, ma prima di tutto in cerca di se stesso, che ha bisogno di conoscersi per conoscere i suoi limiti e i suoi errori, correggersi e migliorarsi, per arrivare finalmente ad essere un uomo “che crede nell’individualismo ma combatte con forza qualsiasi forma di egoismo”».

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C’è, nella precisione dei suoi versi, qualcosa di assoluto e di perfetto. D’altronde, Gaber stesso raccontava - in una delle interviste raccolte nel libro - che «per me il testo è fondamentale, e se io non ho un’idea di testo non penso alla canzone». Già nel 1961, sul retro della copertina del suo primo 33 giri (dal titolo «Giorgio Gaber»), l’autore aveva spiegato l’importanza delle parole e il lavoro (duro) nascosto dietro le sue canzoni: «Non ci credo, io, all’ispirazione. Le mie canzoni, un motivo o una frase, nascono da certe idee che mi passano per la testa. Sono idee normali, senza pretese, come quelle di tutti. Se avessi fatto un altro mestiere le butterei via, non mi servirebbero. Invece, il mio lavoro è di fare canzoni. E allora devo afferrare ogni impressione, fissarla, scriverla sulla carta perché non mi scappi. Poi comincio a pensarci, anche a lungo. Su una parola o un accordo mi fermo giorni interi. L’ascolto internamente, l’elaboro: ci penso per la strada, mentre aspetto davanti ai semafori rossi, o a letto prima di addormentarmi; passo dei pomeriggi a pizzicare la chitarra, a cercare. Ci sono delle volte che mi accorgo di avere eliminato l’idea primitiva, di averne tratto un’altra del tutto nuova. E solo allora mi rendo conto di non aver lavorato come un burocrate, tutto schede, appunti e calcoli. Ho soltanto cercato, con un certo metodo, l’ispirazione. Anche se non ci credo».

Lasciar parlare Gaber è il modo migliore per apprezzarne la genialità , ed è questo che il volume (che fa parte della collana “I libri del Club Tenco”) fa, aggiungendo però qualcosa in più: non c’è solo il racconto in prima persona del cantautore, ma anche quello di chi lo ha conosciuto bene come Giorgio Casellato (suo musicista e manager), Gianni Martini (chitarrista), Gian Piero Alloisio (attore) e Maria Monti (sua ex compagna nella vita e sul palco).

È di Maria Monti, forse, il più bel ritratto di Gaber, bello perché umano, ricco di quelle contraddizioni che sono state la cifra del signor G., quelle che lui ha portato con orgoglio appuntate sulla giacca. «Per me era stato come staccarmi un braccio», racconta Monti parlando della fine della relazione con Gaber. «L’ultima volta che ho capito che forse potevo veramente sposarmi fu quando ero fidanzata con Gaber. Io glielo dissi a Giorgio che mi sarebbe piaciuto se ci fossimo sposati, però lui fece passare troppo tempo senza rispondermi e finché ce l’ho fatta ho resistito, ma poi ho dovuto mollare». Venticinque anni dopo, in un ristorante pieno di amici comuni, «ad alta voce, lui mi chiese: “Ma tu, perché 25 anni fa mi hai mollato?”. Io avevo in mano un bicchiere di vino rosso, ci pensai un attimo e gli risposi: “Perché ti amavo”».

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