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Brecht: impossibile essere buoni

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«L’anima buona del sezuan»

Brecht: impossibile essere buoni

L'anima buona del Sezuan, foto di  Marco Caselli Nirmal
L'anima buona del Sezuan, foto di Marco Caselli Nirmal


Gelido straniamento o forte esasperazione emotiva? Totale distacco critico o incalzante aggressività della parola e dell’azione? Ogni approccio al teatro di Brecht è affascinante proprio per i problemi tecnici che pone, per l’eterna questione dell'osservanza o meno delle regole fissate dall’autore.

Elena Bucci e Marco Sgrosso, menti e anime della compagnia Le belle bandiere, cercano una loro strada personale: nell’affrontare L’anima buona del Sezuan calano l’aspra parabola sull'impossibilità di essere buoni nelle atmosfere di un Oriente eminentemente simbolico, accentuando i tratti di quella Cina immaginaria in cui Brecht colloca la vicenda per costringere il pubblico a guardare la nostra realtà come qualcosa di insolito.

Ecco dunque un rutilante impianto figurativo fatto di sontuosi kimoni, di maschere in cui lo stile del teatro No si incontra con quello della Commedia dell’arte, di una gestualità che sembra rimandare all’Opera di Pechino. Anche la scena di Stefano Perocco di Meduna, una serie di agili strutture lignee che si compongono a formare i vari luoghi degli avvenimenti, ha un’essenzialità quasi rituale che esclude di per sé ogni enfasi rappresentativa.

Chi ricorda il celebre allestimento di Strehler dell’81 avrà in mente il fondale di un bianco lattiginoso che evocava il panorama di una città tropicale offuscata dallo smog, da cui affiorava un sole pallido, smorto. Qui invece i personaggi si stagliano contro un cielo nero, notturno, sormontato dall’algido disco di una finta luna.

Ma il vero nucleo della regia di Elena Bucci - che firma anche i bei costumi, con la supervisione di Ursula Patzak - è nell’uso delle maschere, che liberano la recitazione da qualunque tentazione naturalistica e introducono oscure suggestioni. La maschera che copre i lineamenti dell’attrice diventa l’emblema delle trasformazioni interiori di Shen Te, la prostituta che per fare del bene, seguendo il volere degli dei, deve assumere il travestimento di Shui Ta, un cugino cattivo che la protegga da ogni sorta di profittatori.

Ma anche Marco Sgrosso, ottimo come sempre, grazie alla maschera si sdoppia nel buon acquaiolo Wang e nel cinico aviatore Yang Sun. E tutti gli altri si moltiplicano dando vita a figure in qualche modo opposte. L’ambiguità della metamorfosi, la coesistenza negli stessi individui di due modi di essere diventa così la cifra portante di questa interpretazione. Solo alla fine, quando lei pronuncia il famoso «Aiutatemi», si tolgono tutti le maschere svelando il proprio aspetto umano.

Lo spettacolo che ha debuttato al Teatro Sociale di Brescia è formalmente accuratissimo, di grande impatto visivo. Ci sono invenzioni molto belle, come quella del matrimonio in cui tutti gli invitati sono sotto un enorme velo da sposa. Il suo limite è forse proprio in un eccesso di eleganza calligrafica: qualche tocco di durezza in più non guasterebbe. E gioverebbe alla Bucci, brava ma fin troppo misurata nei passaggi da un personaggio all'altro.

«L’anima buona del Sezuan» di Bertolt Brecht, regia di Elena Bucci. Brescia, Teatro Sociale, il 4 novembre ultima replica, poi in tournée.

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