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Lo scrittore-libraio che «catturò» Hemingway

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alberto vigevani

Lo scrittore-libraio che «catturò» Hemingway


A Milano. Il 30 ottobre all’Università degli Studi si è tenuto il seminario “Alberto Vigevani: una vita da editore” con interventi di Salvatore Settis, Roberta Cesana, Paola Marini, Pietro Redondi, Paolo Tinti, Mario Andreose
A Milano. Il 30 ottobre all’Università degli Studi si è tenuto il seminario “Alberto Vigevani: una vita da editore” con interventi di Salvatore Settis, Roberta Cesana, Paola Marini, Pietro Redondi, Paolo Tinti, Mario Andreose

Per cercare un’immagine di Alberto Vigevani, che non ho mai incontrato, diversa da quelle della maturità, ho digitato su Google I ragazzi di via Pal (non con la preposizione articolata di un altro film). In una foto di scena lo si vede in primo piano (era il capo della banda): ha sedici anni, ma ha già lo charme di un divo. Il film, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1935, è prodotto da una cooperativa di amici: registi e sceneggiatori due cugini ventenni, Alberto Mondadori e Mario Monicelli; produttore e direttore della fotografia Cesare Civita trentenne. Un indizio precoce, credo, della attitudine di Vigevani alle buone compagnie, nutrite quasi sempre di amici più grandi di lui.

I suoi vent’anni coincidono con la promulgazione delle leggi razziali. Da semiclandestino partecipa alla fondazione di Corrente in casa di Raffaele e del figlio Raffaellino De Grada, presenti l’amico Vittorio Sereni, Renato Guttuso, Giacomo Manzù, Salvatore Quasimodo, Alberto Lattuada, Saul Steinberg. Impedito a proseguire negli studi o a trovarsi un lavoro, impiega al meglio il tempo libero per esplorare il mondo al quale si sente di appartenere. A Roma, sull’abbrivio della sua esperienza di Corrente, frequenta gli artisti che fanno capo alla galleria La Cometa: Felice Casorati, Carlo Carrà, e poi Mafai, Soffici, Giorgio Morandi, con il quale esordirà, da mercante di grafica, in un’operazione ambiziosa e istruttiva, anche se sfortunata nell’esito. In ambito letterario, trova subito udienza nelle case di Goffredo e Maria Bellonci e di Giacomo e Renata Debenedetti. Ma è soprattutto la frequentazione dei caffè letterari il felice surrogato delle aule universitarie a lui proibite, come le Tre Marie, dove convergono spontaneamente, senza appuntamento, Gadda, Bacchelli, Bo, Vittorini, Sereni. Più delle milanesi Tre Marie e del Caffè Greco di Roma era comunque il fiorentino Giubbe Rosse la meta agognata di un aspirante scrittore, il caffè allora presidiato da Eugenio Montale e Giuseppe De Robertis con frequentatori abituali come Piero Bigongiari, Mario Luzi e Alessandro Parronchi. È a Firenze che Alberto pubblica i suoi primi racconti e un primo romanzo, ed è lì che incontra Carlo Levi, dalla cui voce ascolta alcuni capitoli di Cristo si è fermato a Eboli e da cui ha il privilegio, come era capitato ai ben più celebri Gadda e Montale, di essere ritratto.

A 23 anni, avendo già messo su famiglia, decide che è ora di lavorare, di aprire una propria libreria, Il Polifilo, in omaggio al capolavoro dell’editore stampatore Aldo Manuzio e segnale, si direbbe, di una ambiziosa linea programmatica orientata alla qualità e al rigore. Per non dare troppo nell’occhio sceglie un locale in un giardino interno di un palazzo di via Borgonuovo, che può intestare alla moglie in quanto ufficialmente non ebrea.

Fin qui Vigevani ritiene che le leggi razziali siano in qualche modo eludibili grazie alla bonomia degli italiani e alla distrazione delle istituzioni, ma dopo l’8 settembre del ’43 è costretto a riparare in Svizzera, come molti altri. Tra coloro con i quali entra in contatto ci sono i Mondadori, presso cui ha già avuto una specie di apprendistato editoriale, che non gli offrono un lavoro, ma una missione assai delicata per la quale si richiede capacità di trattativa e savoir faire: la cattura, a tutti i costi, di Hemingway, attualmente in stallo di pubblicazione presso Einaudi perché americano e quindi nemico. Al plenipotenziario Vigevani l'impresa riesce.

Alla fine della guerra, Alberto può tornare a Milano e riaprire bottega, con il fratello Enrico, e tra i primi clienti entra un giorno nella libreria il bibliofilo Raffaele Mattioli, il banchiere umanista, secondo l’etichetta affibbiatagli da Croce. Da qui prende avvio un’amicizia e un sodalizio in cui Raffaele, nomen omen, prende per mano Alberto/Tobiolo fino ad affidargli, nel giro di pochi anni, la responsabilità della casa editrice di Classici della Letteratura Ricciardi, dopo il trasferimento da Napoli a Milano. Mattioli trasmette così a Vigevani il patrimonio della sua esperienza e delle sue conoscenze: il gotha della filologia da Contini a Dionisotti; filosofi come Antonio Banfi e Eugenio Garin; maestri della tipografia come Giovanni Mardersteig e Luigi Maestri; gli imprescindibili librai antiquari parigini che visitano insieme; la cura, il gusto, sulle orme di Aldo Manuzio, per la scelta del formato, dei caratteri, per lo specchio della pagina con i giusti margini. Se Alberto, scrittore e libraio, si sentiva in compagnia di altri scrittori librai come Umberto Saba, Alfonso Gatto, Giovanni Comisso, ora guarda all’esempio di scrittori editori quali Neri Pozza e Franco Antonicelli, per non dire dell’esempio leggendario di Piero Gobetti. Ed ecco che, tra fine del ’58 e l’inizio del ’59, in singolare coincidenza, due vecchi amici, che non si sono mai persi di vista, fondano ciascuno una propria casa editrice: Il Saggiatore (in un primo momento Il Sagittario) di Alberto Mondadori e Il Polifilo, come l’omonima libreria, di Alberto Vigevani. La scelta dell’editoria di pregio, da parte di Vigevani, appare come naturale prosecuzione della sua attività di bibliofilo e libraio antiquario. Aveva inoltre più di una ragione per resistere alla tentazione di altre vie: l’esito sfortunato di imprese gestite da validissimi pionieri dell’editoria letteraria. Una produzione di altissimo livello che finiva poi svenduta nelle bancarelle o assorbita in qualche collana di altri editori. E poi la visione nei magazzini di cataste, alte come navate di una cattedrale, di bancali di libri invenduti o restituiti dai librai, destinati alle, allora provvidenziali, bancarelle o al macero. E invece: libri scelti solo per amore, interesse, ispirazione; tirature limitate, con le giacenze che anziché svalutarsi aumentano di valore; sponsor e mecenati desiderosi di associare il proprio nome all’iniziativa, come le fondazioni bancarie che allora ce l’avevano nei propri compiti istituzionali, a partire da Mattioli; l’ebbrezza, ogni volta diversa, per il progetto grafico e le fasi della fabbricazione; il piacere di convitare nell’impresa i migliori specialisti di ogni disciplina e arte, spesso anche amici… Come deve essere stata felice, lungo quarant’anni la vita editoriale di Alberto Vigevani, nel nome di Aldo.

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