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Spensierata “Ars Amatoria”

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publio Ovidio nasone

Spensierata “Ars Amatoria”

La mostra «Ovidio. Amori, miti e altre storie»,  a cura di Francesca Ghedini, alle Scuderie del Quirinale ( Mimmo Frassineti / AGF)
La mostra «Ovidio. Amori, miti e altre storie», a cura di Francesca Ghedini, alle Scuderie del Quirinale ( Mimmo Frassineti / AGF)

“L'ambizione non ci interessa né il desiderio di essere ricchi / evitiamo il foro e preferiamo occuparci di un sofà all'ombra”. Questa asserzione si trova in una delle opere di Ovidio e potrebbe essere il suo manifesto. Il padre, un gentiluomo di Sulmona tra le montagne dei Peligni, lo aveva mandato a studiare a Roma assieme al fratello, per dargli una posizione e una carriera da funzionario statale. Ma quel lavoro non faceva per lui, non aveva il fisico né la voglia, più sbrigliato con i versi che nelle prose, si accontentava del posto in società che gli era capitato. Prese moglie da ragazzo, ma gli risultò inadatta e inutile. Anche la seconda consorte durò poco e la colpa non fu di lei. Con la terza rimase fino alla fine, anche se fu per gran parte un matrimonio a distanza, quando il poeta fu esiliato ai confini remoti dell'impero. Se la professione e la famiglia non erano nelle sue corde, lo animavano la poesia e i miti, dove è già accaduto tutto e basta solo prendere l'esempio (li conosceva tutti alla perfezione). Delle mogli non ricordò i nomi ma lo fece - uno per uno – con i poeti che gli erano cari, come l'amico Pompeo Macro, con cui era andato a istruirsi nelle città greche, o i più famosi Properzio e Orazio (non fece in tempo a conoscere Tibullo ma riuscì almeno a vedere Virgilio).
Quando Ovidio arrivò a Roma (era nato nel 43 a.C.), le guerre civili erano finite e incombeva la pax augusta. A comandare ci pensava Augusto con i suoi fiduciari, il regime era cupo e alla nobiltà disoccupata rimanevano i privilegi: vite eleganti, palazzi e giardini, passeggiate e ricreazioni in una città che diventava sfavillante. Valerio Messalla Corvino era della vecchia aristocrazia e anche del nuovo apparato, protettore delle arti e delle lettere, aveva un salotto culturale che riuniva nella sua dimora al Palatino o nel parco privato sul Pincio. Ovidio era invitato e, come gli altri poeti, cantava l'amore con versi gentili, pubblicando gli Amores, componimenti per un'immaginaria Corinna, e le Heroides, lacrimevoli epistole di eroine abbandonate o incestuose (considerava uomini e donne con par condicio). Scrisse anche una Medea folle d'amore, che non fu ricopiata dagli amanuensi ed è andata persa.
Il suo eros non era struggente, tormentato e lagnoso, come nelle elegie dei suoi colleghi. Era piuttosto un amoreggiare spensierato (lascivus) o un flirt laborioso, in cui la caccia vale quanto la preda. L'Ars Amatoria è il manuale irriverente del perfetto seduttore e della perfetta seduttrice. Per Ovidio fare l'amante è come fare il soldato, solo meno impegnativo: equipaggiamenti e vestizioni, appostamenti e attacchi, campi di battaglia e conquiste (meglio se già accasate). Per quelli a cui era andata male o volevano battere la ritirata scrisse i Remedia Amoris. Le donne potevano combattere i segni del tempo con gli impiastri prescritti nei Medicamina faciei, perché “l'amore per i costumi resta fermo ma il tempo deforma il viso” e per ripristinarlo servono corna di cervo adulto e nidi di alcioni triturati, glutine d'orzo e bulbi di narciso, incenso e mirra…

Le Metamorfosiper poco non finirono nel braciere, quando Ovidio fu colpito dalla disgrazia. In una distesa di quasi 12.000 esametri (duemila meno dell'Eneide) raccontano più di duecento trasformazioni, dall'origine del mondo a Giulio Cesare. Tra i mutanti troviamo di tutto: piante, fiumi, città e abitanti, dèi dell'Olimpo (maggiori, minori o semisconosciuti), esseri mitici e leggendari, personaggi storici. Anche l'esito del cambiamento è svariato e multiforme: flora, fauna e vegetazione, minerali, gas e altri composti chimici, elementi di geografia fisica (fiumi, monti e isole) e di astronomia (stelle), dèi e dee, perfino architetture (gradini di marmo), genere biologico (da maschio a femmina e viceversa), colori e forme a piacere. Eros è un padrone difficile e la metamorfosi è un modo per accontentarlo, negli amori tra dèi o tra loro e gli umani, in quelli a prima vista, incestuosi, respinti e impossibili. Ovidio aveva ricavato le storie dai libri, ma ricreò gli originali con nuove e singolari interpretazioni. I Romani erano abituati alle metamorfosi, scolpite nel marmo, nel bronzo e nella terracotta, dipinte sulle pareti o composte con le tessere dei mosaici, messe in scena con immagini istantanee degli avvenimenti. I Libri dei Fasti (Fasti significa in questo caso Calendario) erano dedicati all'imperatore, trattavano mese per mese le cerimonie e le sagre della tradizione. Ovidio era impolitico e cercava di trasformarsi in bardo laureato ma non gli riuscì e smise di scrivere quando arrivò al settimo mese.
La sua carriera di libertino e bon vivant finì nel 8 d.C. L'Ars Amatoria era stata un errore, Augusto si adirò e con un'ingiunzione implacabile lo relegò a Tomi tra i barbari del Mar Nero (una “Siberia” che si trova oggi in Romania). Aveva cinquanta anni e ci rimase per altri dieci, fino alla morte (fu sepolto in situ). Si disperò: era stato sconsiderato ma non aveva commesso un crimine. Il Capo era per l'ordine totalitario e per il pudor priscus (la decenza di una volta), contrario alle effusioni adulterine, castigate anche da una legge a suo nome. E l'Ars non andava esattamente nella direzione della fedeltà coniugale (Augusto aveva una figlia e una nipote volages e rinchiuse anche loro in un isola, dove c'erano però ville dotate di tutti i confort). Tra le selvatiche tribù balcaniche Ovidio non smise di fare il poeta ma con un'altra vena. Scrisse un'invettiva contro un ex amico: Ibis (un uccello che si pulisce il didietro con il becco) e un trattatello di pesca. Nei Tristia e nelle Epistulae ex Ponto pianse la dura sorte, rimpianse la bella vita che faceva a Roma e i pochi amici che gli erano rimasti, scongiurò l'intercessione dei potenti per revocare la sua dannazione che mai arrivò.

Troppo tardi: il 12 dicembre 2017 il Comune di Roma votò una mozione del M5S che cancellava l'editto di Augusto, con l'assoluzione e la riabilitazione del Poeta.

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