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La nuova lezione del prof Vecchioni ai giovani: «Sfidate…

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La nuova lezione del prof Vecchioni ai giovani: «Sfidate l’impossibile»

Roberto Vecchioni, fotografato da Oliviero Toscani
Roberto Vecchioni, fotografato da Oliviero Toscani

A guardarla da qui, quella canzone antica sembra ancora attuale, eppure era il 1976: «La rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva tra i fiori rossi sulla strada e contro il niente adesso parte ogni mezz’ora un volo charter, itinerario di gran moda». La “locomotiva” era quella di Francesco Guccini a cui l’amico Roberto Vecchioni dedicava “Canzone per Francesco”, contenuta nel disco “Elisir”. Nello stesso album, in “Figlia”, il professore raccontava alla sua primogenita che «porti il nome di un amico, di uno dei pochi che non mi hanno mai tradito».

A 42 anni di distanza, eccoli qua, i due amici di un tempo: Roberto Vecchioni e Francesco Guccini (per la prima volta) nella stessa canzone, “Ti insegnerò a volare”, contenuta nel nuovo lavoro discografico (“L’infinito”) del cantautore milanese che racconta: «Questo brano si specchia direttamente in quella che è stata chiamata la “canzone d’autore” e che non c’è, non esiste più dagli anni ’70. In realtà l’intero disco è immerso in quell’atmosfera perché là è nato e successo tutto. Là tutto è stato come doveva essere, cioè immaginato, scritto e cantato alla luce della cultura, semplice ed elementare oppure sottile e sofisticata, ma comunque cultura».

Se nella teoria i due padri della canzone d’autore si rivolgono alle nuove generazioni invitandole a sfidare l’impossibile attraverso il brano dedicato all’ex pilota e oggi campione di Triathlon Alex Zanardi, nella pratica ascoltando rime come «mica sono le stelle e i santi men che meno, te lo fai tu il destino» viene un po’ di nostalgia per «mi è andato il cane sotto un camion quella sera, ho pianto come un vecchio sopra una bandiera» di tanti anni fa (per non parlare del verso «non c’è niente che non resti e che non passi con il vino», una specie di slogan intergenerazionale).

Una cosa, però, non è cambiata: la straordinaria capacità del professore di utilizzare la musica per fare “politica”, nel senso più ampio del termine e di farsi aiutare dalla letteratura. E così nascono brani come “Giulio”, nel quale Vecchioni dà voce e sentimenti alla madre di Giulio Regeni che prima racconta con orgoglio che «l’han chiamato in Inghilterra all’università della Regina» e poi si dispera chiedendosi «ma cosa c’entra l’Africa stasera?», o come “Una notte, un viaggiatore” ispirata dal romanzo di Italo Calvino, o ancora come “Formidabili quegli anni” che lo stesso Vecchioni definisce «uno scippo a Mario Capanna».

«Non è un disco - spiega Vecchioni - ma un’unica canzone divisa in 12 momenti», in una dimensione temporale verticale che rinvia al tema dalle suggestioni letterarie: la necessità di trovare l’infinito al di qua della siepe, dentro noi stessi. «L’idea dell’infinito viene da lontano, da anni mi ripetevo la stessa cosa: bisogna amare ciò che si vive, non solo la vita in sé, che è un’astrazione, ma gli atti, i gesti, le scelte, gli entusiasmi, i tonfi, i progetti che ci costruisci dentro e amarli incondizionatamente, che siano gioia o dolore, vittoria o sconfitta, pietre sparse o monumenti. Ogni cosa che viviamo è unica. Rivissuta non è la stessa di prima».

E nel gioco dei continui rimandi letterari e musicali, c’è poi “La canzone del perdono”, omaggio a Papa Francesco, che Vecchioni definisce «quasi una nota a piè di pagina della mia vecchia “Stazione di Zima”».

E poi c’è il brano che dà il titolo all’intero disco: qui Roberto Vecchioni s’inventa un altro Giacomo Leopardi, contagiato dalla napoletanità che respira nei suoi ultimi anni. È un Giacomo Leopardi quasi allegro che alla fine arriva a dire: «di universi e di stelle, disperate parole, non ne ho più voglia, basta: vattene via dolore». È un Leopardi serenamente arreso che ammette: «Che genio quel signor Sacco: “io t’ voglio bene assaje e tu non pienz a mme”, in due versi ha detto quello che io ho scritto in 7mila pagine!» E ancora una volta Roberto Vecchioni riesce nell’intento di dare cuore e sangue ai personaggi della letteratura che abbiamo conosciuto solo sulla carta.

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