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La consapevolezza come motore primo dell’essere padri

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La consapevolezza come motore primo dell’essere padri

Ci sono due ragioni tra tutte per cui questo libro La bambina ovunque di Stefano Sgambati merita di essere letto. La più evidente è che dopo centinaia di libri sulla maternità qui il punto di vista, lo sguardo, è quello del personaggio finora meno raccontato di questa “storia” folle e complessa che è la genitorialità, ovvero il padre. Attenzione però! Non è un libro sulla paternità, è un libro sulla crescita e la consapevolezza: sul diventare padre, sulla transizione prima e le coabitazioni dopo delle diverse identità, dei diversi ruoli. Figlio, marito, padre. Bambino, adolescente, giovane uomo, adulto.

La seconda è che queste pagine sono certo e soprattutto focalizzate sul padre ma sono il racconto di due individui che per diventare genitori devono ricorrere alla procreazione assistita. E su questo punto la narrazione ancora di più è inedita, per il passo scelto, per il timbro, per la capacità di Sgambati di raccontarsi con verità. «Niente di speciale: solo due coniugi che aspettano di diventare genitori, un ex ragazzo e un'ex ragazza che stanno parlando di un meccanismo grandissimo che ancora non sanno come funziona».

Andiamo con ordine: innamorarsi. Non c’è nessuna mitizzazione. La voce priva di ogni retorica è sommamente convincente. «Non c'è una ragione razionale per cui è capitato che avessi un futuro con lei e non con l'amica con cui si presentò a quel locale, Miriam. Il nostro stare insieme, il nostro resistere come marito e moglie, i risvegli, la quotidianità, i reciproci odori nel bagno, tutto ciò non è un miracolo, ma un atto di coraggio, uno sforzo, qualcosa che va alimentato, ché altrimenti morirebbe annegando. Quindi non è un miracolo, ma un merito. Merito nostro. Di una volontà precisa. Perciò lottiamo oltre i litigi e le piccole frantumazioni, le prevaricazioni, i silenzi. Perciò ci teniamo. Se camminassimo sull'acqua, quella sì sarebbe una cosa mai vista. Ma come coppia se ci mettete sull'acqua affondiamo. Dobbiamo sbracciarci o chiedere aiuto. Non c'è alcun miracolo. Si nuota per sopravvivere».

Come priva di ogni allusione a una stucchevole aura magica è il modo in cui Sgambati inquadra “lui” al fianco di “lei”, nel viaggio verso la figlia. «Diecimila pose diverse davanti allo specchio, di fronte, di fianco, le magliette arrotolate ben sopra l'ombelico. Il sorriso che piano piano comincia a spuntare. L'azzardo di qualche autoscatto. Quarto mese, poi quinto. Un tempo inerme, noioso. Animato solo dall'angoscia del padre. Il San Bernardo sempre parcheggiato in salotto, davanti all'armadio che contiene i bodini».

Dicevamo del passaggio, funziona l’intuizione di capire che il racconto è prima di tutto il racconto della trasformazione. Sgambati, dentro l’alveo caldo (la cena da preparare, i libri da scrivere) di un appartamento milanese, mentre la televisione restituisce i volti dei concorrenti di un quiz televisivo (colonna sonora del nostro tempo da Nord a Sud) , ripercorre la sua storia. Per puntellare i nodi attraversati fino a questo punto. La costruzione dell’identità del padre non parte dal momento in cui diventa consapevole il desiderio di paternità nè da quello del concepimento: è un progressivo incastrarsi di momenti, pulsioni, contraddizioni.

«Guardo il padre-ragazzo e penso: sono io. Non c'è dubbio. Sono io vestito così, quasi vent'anni fa, alla festa di compleanno di qualcuno che non ricordo, forse per la prima volta alle prese con la malattia della mia vita, la mancata aderenza tra le mie ambizioni e aspettative (assomigliare effettivamente a un gran fico, andare di moda) e il reale stato delle cose (la verginità più assoluta, l'anonimato), e questa malattia è evidente che sia la stessa del padre, l'oscillare perpetuo tra due visioni di sé, una grandiosa e una apocalittica».

La decisione allora altro non è che la conclusione di una lettura, la decifrazione di sé, o per lo meno il tentativo di venirne a capo. Centrale è l’uomo, poi la coppia. Infine l’essere genitori. Si comincia così. Non il contrario. Centrale non in senso narcisistico ma nel verso anzi opposto. Come chi umilmente mette a disposizione di quel che sarà, del futuro, ciò che è stato. La maternità è prima di tutto una questione di carne e cellule, è corpo. La paternità ? Sgambati ne rivendica con accortezza la dimensione materiale non per dire “ci sono ancora anch’io”, ma per aggiungere una voce, per centellinare quanto lo sguardo ha compreso ed acquisito.

Stefano Sgambati, La bambina ovunque, Mondadori, pp.139, 18 euro

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