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Magistratura e società, una relazione turbolenta vista dal Tribunale …

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Magistratura e società, una relazione turbolenta vista dal Tribunale di Milano

L'ultimo caso è stato il processo alla sindaca di Roma. Ma lo stesso meccanismo si è ripetuto decine di altre volte: troppo spesso si fa coincidere il giudizio penale con quello etico-morale. E invece «non spetta alla magistratura il controllo della virtù», ricorda Edmondo Bruti Liberati, che giudica «inaccettabili tanto le posizioni ultracorporative di quei colleghi che considerano la magistratura l'unico corpo sano contro il resto del mondo», quanto inaccettabile, a suo dire, è che «la società civile affidi alla magistratura questo compito».

Eppure, sempre più spesso nei tempi recenti le cronache giudiziarie e politiche si sono sovrapposte e le sentenze dei tribunali hanno regolato parte del rapporto tra «Magistratura e società nell'Italia repubblicana» (Laterza, 350 pagine, 28 euro), titolo del saggio dell'ex procuratore di Milano, già presidente dell'Associazione nazionale magistrati e membro del Consiglio superiore della magistratura.

Non è un panegirico delle toghe, né un memoriale da parte di chi ha attraversato da protagonista stagioni fondamentali della storia giudiziaria recente, ma un viaggio ampio e non privo di ombre nell'evoluzione di un «ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», come vuole la Costituzione. E le prime ombre discendono proprio dai primissimi passi della Repubblica, quando «per una scelta di continuità molto discussa» membri del Tribunale fascista della razza divennero giudici costituzionali e alte toghe della Cassazione. Documenti inediti ne ripercorrono la storia, ancor «più inquietante oggi, ad ottant'anni dalle leggi razziali”, commenta Bruti Liberati con il programma Storiacce di Radio24 (in onda stasera alle 21,05).

Cronistoria
Quella tra magistratura e società è una relazione passata attraverso fasi molto diverse: dagli insulti al tifo da stadio, «che fa ancora più danni», avverte l'ex procuratore milanese, già alla guida del sindacato delle toghe negli anni in cui venivano definite “un cancro”; anni delle leggi ad personam per bloccare i processi e delle riforme che «rischiavano di sfasciare l'ordinamento giudiziario».

Gli anni dei primi veri e sofferti scioperi. «Conducemmo un'opposizione molto forte, come era avvenuto prima durante la Bicamerale di D'Alema, ma riuscimmo a non entrare nell'agone della contrapposizione politica: se la magistratura entra nello scontro diretto, il sistema entra in crisi», avverte Bruti.

Di lustro in lustro, il saggio tocca i principali progetti di riforma della giustizia e i momenti più significativi, come la stagione delle indagini di Mani Pulite. E «a un quarto di secolo, non sono utili celebrazioni, ma analisi. Vi furono, certo, taluni eccessi (in particolare nell'uso della custodia cautelare in carcere), errori, protagonismi, vi furono dolore e tragiche vicende personali. Ma la storia di “Mani pulite” – conclude Bruti Liberati – è la storia del doveroso intervento repressivo penale di fronte ad una devastazione della legalità».

A quei colleghi che cercano “un protagonismo soggettivo”, diverso da quello “necessitato”, l'autore non lesina critiche. E si congeda ricordando a tutti magistrati il monito, più che mai attuale, rivolto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ai tirocinanti: “equilibrio, ragionevolezza, misura, riserbo sono virtù che al pari della preparazione professionale devono guidare il magistrato in ogni sua decisione”.

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