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Sesso e desiderio in provetta

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procreazione assistita

Sesso e desiderio in provetta

L'aborto spontaneo, il dolore della perdita, la decisione di concepire con la fecondazione in vitro, infine la nascita di Malia e Sasha. Lo rivela Michelle Obama nella sua autobiografia, che è già un successo planetario, dal titolo Becoming. Sono oltre mezzo milione i bambini che nascono ogni anno grazie alla procreazione medicalmente assistita. Al congresso dell'European Society of Human Reproduction and Embryology che si è tenuto a Barcellona lo scorso luglio è stato calcolato che sono oltre 8 milioni i figli della provetta.

E la sessualità non può non portare il segno dell’epoca in cui viviamo. Senza partire da qui sarà difficile cogliere lo spirito con cui Paola Marion, membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e attuale direttore della «Rivista di psicoanalisi», ha scritto un tour de force nei luoghi più esplorati, eppur tutt'ora impervi, della psicoanalisi: il desiderio e le sessualità.

Lo sforzo di Marion è titanico: contenere e confrontare, nel respiro di un breve trattato, più di un secolo di teorie spesso in conflitto tra loro, dall'epoca della normatività punitiva a quella della fluidità dispersiva. Eppure, pagina dopo pagina, questo libro conquista il lettore e, con passo di romanzo, l'eroismo del compito si risolve nel piacere della conversazione e del contrappunto. La domanda che più sta a cuore a Marion riguarda il destino del desiderio quando il progetto di un figlio, come oggi spesso accade, è separato dall'atto sessuale. Questa «espulsione», dice, scegliendo un termine forse troppo connotato, inevitabilmente mette in discussione le invarianti teorico-cliniche su cui la psicoanalisi ha fondato la propria identità, in particolare la scena primaria e il complesso edipico. E che fare quando le invarianti variano? Sospesa, come tutti noi, tra le certezze (perdute) del passato e le trasformazioni (inevitabili) del presente, Marion non fornisce ricette facili né scaglia anatemi anacronistici. Fa «semplicemente» quello che deve fare un analista: ascolta, problematizza, accoglie l'alterità. Anche quando si presenta come quel salto, per molti difficile da comprendere, che dalla possibilità di far l'amore senza fare figli (anticoncezionali) ci ha portato alla possibilità di fare figli senza far l'amore (procreazione medicalmente assistita). Entrambe sono scelte: la prima svincola i piaceri sessuali dall'obbligo della genitorialità, la seconda obbliga il desiderio di genitorialità agli eventuali dispiaceri della tecnologia. Il problema etico che si pone alla psicoanalisi è come rendere pensabile, e quindi sostenere, il desiderio di diventare genitore quando imbocca la strada, praticabile, che non è quella della riproduzione «spontanea». Del resto, ogni genitorialità – spontanea o tecnologica, etero- o omosessuale – contiene i rischi del passaggio all'atto e la ricerca del complemento narcisistico. Non è certo il modo con cui si diventa genitori a proteggere i figli da genitorialità cattive e patologiche.

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La psicoanalisi sarà in grado, si domanda Marion, «di accogliere all'interno del suo apparato teorico-clinico il nuovo che avanza?». Per esempio, in che modo il suo concepimento tecnologico lavorerà nella psiche del bambino? Quali elementi fantasmatici si attiveranno se la «scena primaria» ospiterà medici, donatori di gameti e gestanti per altri? Come si rifletterà tutto questo sulla domanda relativa alla nostra origine? Le grandi trasformazioni producono preoccupazione e curiosità. Leggendo Marion si capisce che entrambe la abitano, sentimenti in lotta tra loro che alla fine imparano a convivere, integrandosi. La sua riflessione si rivolge non solo alle genitorialità diventate possibili con l'intervento della tecnica, ma anche alla realtà delle varianti e delle disforie di genere. Realtà psichiche e sociali che pongono domande sempre più urgenti alla psicoanalisi. La quale, come del resto la biologia, non ha ancora fornito risposte convincenti. Qui Marion dice una cosa importante, che ogni clinico dovrebbe tener presente: di fronte a tematiche che sollevano domande a cui non sappiamo fornire risposte, il compito dell'analista non è rispondere ai perché, bensì entrare in contatto con l'esperienza individuale e favorire un'elaborazione psichica. Consapevole che la bellezza, si sa, è nell'occhio di chi guarda.

Senza perdere né il filo né la calma, e con linguaggio comprensibile anche a chi non padroneggia la materia, Marion esplicita fin dalle prime pagine il compito a cui la psicoanalisi, nel ripensarsi alla luce della «vertigine tecnologica», è chiamata: rielaborare il lascito freudiano e costruire una comprensione «consona al tempo in cui viviamo». Senza paventare scenari catastrofici , il libro non può che concludersi con un appello al concetto di «responsabilità», più che a quello, di solito invocato, di limite. La responsabilità «di trasformare in pensieri, vissuti emotivi personali, esperienze, scelte, vicissitudini che rischiano altrimenti di sedimentarsi come “pezzi” mentali inelaborati e inelaborabili con conseguenze su di sé e sull'altro».

Paola Marion, Il disagio del desiderio. Sessualità e procreazione nel tempo delle biotecnologie . Donzelli, Roma, pagg. 210, € 28

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