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Come era Giovane Bernardo Bertolucci

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addii (1941-2018)

Come era Giovane Bernardo Bertolucci

Aveva trovato finalmente un modus vivendi con la malattia che lo ha portato via lunedì mattina alle 7: un’auto attrezzata in cui riponeva la sedia a rotelle che gli permetteva di accompagnare i suoi film per spiegarli a un pubblico sempre nutrito di ammiratori. Una delle ultime comparsate era stata il 6 maggio scorso alla Fondazione Prada, dove aveva presentato l’edizione restaurata de L’ultimo tango a Parigi. Le pellicole per lui erano creature viventi, come lo erano anche per il pubblico di fedelissimi, nonostante il tempo passasse e Bertolucci avesse esordito al cinema nella seconda metà degli anni Cinquanta.

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Ed era così: si gualciva a volte l’aspetto ideologico, come in Prima della rivoluzione, ma non la profondità e l’attualità del suo osservatorio sull’umanità e sulla gioventù, che cercava di penetrare e di cui voleva carpire il segreto. Di Io ballo da sola del 1996 Gian Piero Brunetta in Cent’anni di cinemaitaliano (Laterza), a ragione, diceva che più che una storia di educazione sentimentale e iniziazione sessuale era “un’operazione di vampirismo visivo da parte del regista”, in cui la macchina da presa fungeva da strumento per impadronirsi di vita, bellezza, giovinezza.

Era stato Pier Paolo Pasolini a portarlo sulla strada del cinema (abitavano nello stesso rione a Roma), distraendolo dalla culla letteraria del padre Attilio, poeta, traduttore, critico e sceneggiatore. Il cinema, in verità, era già nelle corde della casa paterna poiché Attilio, originario di Parma, strinse al liceo amicizia con Cesare Zavattini e Pietro Bianchi, con una finestra privilegiata anche sul mondo dell’arte - si laureò con Roberto Longhi-. L’ambiente casalingo faceva di tutto per congiurare Bernardo verso la settima l’arte, cosi come di fatto accadde per il fratello regista Giuseppe e per il cugino Giovanni, produttore. Bernardo all’università si avviò agli studi letterari che abbandonò presto per girare i primi cortometraggi negli anni 1956-1957, La teleferica e La morte del maiale, sotto l’egida del maestro Pasolini, di cui fu assistente alla regia in una delle esperienze cinematografiche più incisive e riuscite del regista friulano, Accattone del 1961. Pasolini scriverà per Bernardo soggetto e sceneggiatura del primo lungometraggio firmato dall’allievo, La commare secca, del 1961 con Tonino Cervi, che non riceverà però fortuna critica perché considerata pellicola troppo imitativa della lezione del suo mentore. Ma, sebbene nella Commare vi siano tutti i temi cari a Pasolini - la borgata, la prostituzione, il delitto -, registicamente Bertolucci dimostrò uno scatto di originalità rispetto al maestro.

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Il film che lo impose e fece di parlare di un nuovo autore fu Prima della Rivoluzione del 1964, in cui vi era un ritorno alle radici, quelle parmigiane, per “uccidere” idealmente il padre con tanto di Stendhal. Indimenticabile la ripresa al teatro Verdi dove tutto è in movimento, e la parte di Adriana Asti, che reclamava già quella rivoluzione dei costumi e la liberazione sessuale e dai crismi del benpensare borghese che avvenne pochi anni dopo. Bertolucci aveva incontrato Asti sul set di Accattone e divenne suo compagno di vita.

L’idea dell’implosione della borghesia provinciale, le cui maglie, soprattutto familiari, potevano scivolare in disturbo mentale venne ripresa l’anno dopo e con maggior asciuttezza dal suo principale antagonista di allora, Marco Bellocchio, ne I pugni in tasca (1965). Fu Bertolucci a consegnare nel 2011 a Bellocchio il Leone d’oro alla Carriera, che il maestro aveva ricevuto quattro anni prima, nel 2007.

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Il discorso sull’ambiguità esistenziale e politica su cui aveva ragionato Bertolucci continuò in Partner (1968), interpretato da Pierre Clémenti, film in cui si sente il peso della seduzione della Chinoise di Godard, in Strategia del ragno, dove di nuovo fa i conti con le radici padane e l’influenza paterna, e con Il conformista (1970) con Jean-Louis Trintignant. Sono opere che mescolano ricostruzione di eventi storici reali a finzione, come Il processo di Verona di Lizzani, Italiani brava gente di De Santis, Il giardino dei Finzi Contini di de Sica. Film che guardano al passato per interpretare il presente, istanze di impegno civile che vogliono innescare un dibattito politico.

Bertolucci (il rivale di sempre) consegna il Leone d'oro alla Carriera a Marco Bellocchio

Con il Conformista inizia il sodalizio con il direttore della fotografia Vittorio Storaro, rafforzato ne L’ultimo tango a Parigi del 1972. Qui Bertolucci recupera un fascinosissimo Marlon Brando, quasi dimenticato allora dal cinema, cattura una giovanissima Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, attore feticcio di Truffaut, e Massimo Girotti, che insieme cuciono un film scandalo (la scena del burro su tutte) in cui un uomo combatte contro la solitudine, aggravata da un lutto feroce, grazie a una relazione intensa con una donna giovanissima, di cui non sa nulla e con cui comunica attraverso un linguaggio a tratti onomatopeico (ancora l’eredità della poesia del padre), quasi primitivo, privo di mediazione (anche qui la rottura con il conformismo). La messa a nudo del personaggio maschile ricorda i quadri di Bacon, di cui Bertolucci era grande ammiratore. La pellicola fu processata e condannata alla distruzione in Italia per offesa al comune senso del pudore e il regista privato dei diritti civili per cinque anni.

Bertolucci torna nuovamente alle radici e con un occhio ai grandi maestri del cinema americano, Ford, e giapponese, Kurosawa, in Novecento, epopea rurale della sua terra la pianura padana. Cinquecento anni di storia, rapporti di classe, il ciclo della natura con un dispiegamento di mezzi raro per restituire la complessità della narrazione. Qui, oltre alle immagini, fortissimo è il potere evocativo della parola, anche nelle bestemmie e volgarità di Olmo, che si trasformano quasi in un tappeto di rumori.

Nasce poi un altro periodo, figlio della mobilità culturale e del desiderio di aprirsi a un registro internazionale: dal londinese Blow up di Antonioni, a Cronaca di una morte annunciata in Sud America di Rosi, a L’ultimo imperatore di Bertolucci (1987), che gli fruttò un successo urbi et orbi, grazie a cui si aggiudicò nove premi Oscar, tra cui quelli per il miglior film e la migliore regia; figli della stessa istanza di aperture al mondo sono Il tè nel deserto (1990), girato nel 1990 in Marocco, tratto da un romanzo di Paul Bowles, mentre nel 1993 è la volta del Piccolo Buddha con Keanu Reeves, ambientato in Nepal e negli Stati Uniti.

Anche quando scavalla la pianura padana Bertolucci non è estraneo al mondo che gli viene incontro, c’è uno stupore verso la magnificenza e l’esotismo, ma i sentimenti in Cina e in Africa sono gli stessi che può provare Olmo in pianura e il Mississipi evoca le stesse emozioni del Po.
Gli ultimi lavori sono un omaggio alla giovinezza, mistero di sempre, nelle passioni politiche nei The Dreamers - I sognatori (2003), una coppia di fratelli nella Parigi del 1968, e nella trasposizione cinematografica del romanzo Io e te di Niccolò Ammaniti nel 2012. Aveva appena ricevuto al Palma d’oro alla carriera al Festival di Cannes. Ancora i giovani al centro della sua macchina da presa, perché lui era rimasto un giovane di 77 anni.

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