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Sulle tracce del misterioso Liberato

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Sulle tracce del misterioso Liberato

Per restare a Napoli - dove questa storia si svolge - è come se qualcuno togliesse il velo al Cristo velato di Giuseppe Sanmartino esposto nella Cappella Sansevero. La sua bellezza sta in quelle pieghe morbide che lo coprono e ne nascondono parzialmente i lineamenti, senza le quali quella che è «uno dei più grandi capolavori della scultura di tutti i tempi» (come si legge nel sito del museo San Severo) non sarebbe altro che una scultura marmorea come le altre. Il suo mistero, insomma, è parte del suo successo.

Lo stesso può dirsi per Liberato, il cantautore napoletano a cui è dedicato il libro-inchiesta “Io non sono Liberato” scritto dal giornalista Gianni Valentino e pubblicato da Arcana Edizioni. Non si sa chi sia, e questo ne alimenta la notorietà. Con precisione e accuratezza Valentino affronta questo “watergate” della musica contemporanea: la sua è un’inchiesta. Il giornalista parla con le fonti, scandaglia il web in cerca di indizi, incrocia date, spulcia carte, interroga i sospettati (da Livio Cori a Calcutta; da Nino D’Angelo a Giovanni Truppi): eppure, pagina dopo pagina, si scopre che Gianni Valentino non ha alcuna intenzione di arrivare alla conclusione della sua indagine. Trovare il “colpevole” non è la sua missione. Perché Liberato è il mistero che si è costruito attorno, è il velo sul Cristo di Sanmartino, è l’ossessiva domanda che serpeggia sui social network.

Da inchiesta, allora, il libro “Io non sono Liberato” si trasforma in un reportage nella Napoli di oggi, fortemente ancorata alla Napoli di ieri ma già proiettata nella Napoli del domani. «Liberato è più figlio della città che non della musica napoletana in sé - scrive Valentino - . Figlio di una cartografia che non è in grado di percepire la sua reale natura indisciplinata, ingovernabile, sovversiva, plateale, delicata, signora e che si offre un tanto per volta a chiunque».

Napoli ha una perenne fame di simboli e Liberato è quello di oggi. Un «munaciello» che non si fa vedere né acchiappare, che si diverte a lasciare tracce e a confondere le acque perché il suo mantra è: «I’ te faccio parià malamente», come dice in diretta Skype al giornalista che cerca (invano) di intervistarlo. Dopo una rapida conversazione online il cantante misterioso acconsente a un incontro, ma poi all’ultimo minuto cambia idea. «Come il sangue del patrono di Napoli si liquefa e svanisce», commenta Valentino che si trova quindi vittima dell’ennesimo dispetto del «munaciello» incappucciato.

«Un po’ l’ho rincorso, un po’ ho aspettato che tornasse da me - racconta -. Cercando di immaginare le sue sembianze, la sua voce, la sua faccia. Sono andato in ospedale, per rintracciarlo. Fino a Barcellona, per capire quali intenzioni avesse. Ma è tutto così invisibile. Così ho scelto di raccontare tutto quello che so di lui e tutto quello che gli altri mi hanno voluto sussurrare della sua storia. Backstage, conversazioni al cellulare, concerti, retroscena, festival, sospetti plagi e cambi di identità».

L’inchiesta non tralascia niente, anzi analizza tutto, persino quanto siano aperte o chiuse le vocali pronunciate dal cantautore. Alcuni indizi portano lontano da Napoli («Liberato dice respir’, eppure la pronuncia corretta in lingua e prosodia napoletana è rispir’», e «avviene altrettanto quando pronuncia la sillaba iniziale della parola uocchie. Lui apre, dilatando oltremisure, la o»), altri sembrano essere dei depistaggi.

«Conta la musica che faccio, non chi sono io» è quello che Liberato ha sempre lasciato emergere dalle sue pagine social. E se, invece, contasse proprio il fatto che non si sa chi sia? Se il suo anonimato nascondesse una strategia ben precisa di marketing?

Non si conosce la risposta a questa domanda così come non si conosce l’identità del cantante di “Nove maggio” e di “Tu t’è scurdat’ ’e me”. Quello che però si scopre, attraverso le pagine di Gianni Valentino, è che Liberato è diventato «l’emblema della rivincita della città e della musica napoletananei confronti di coloro (mercato musicale, piramide mediatica, case discografiche, influencer, esperti del settore) che l’hanno trascurata, arronzata, maltrattata, offesa e ignorata».

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