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Le “Pietà” di Michelangelo e la metamorfosi del Vesperbild

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Le “Pietà” di Michelangelo e la metamorfosi del Vesperbild

Scaturita da un'idea di Salvatore Settis e curata da Antonio Mazzotta e Claudio Salsi con Agostino Allegri e Giovanna Mori, Vesperbild. Alle origini delle “Pietà” di Michelangelo è una mostra da non perdere, per la bellezza delle opere e per la limpidezza del suo messaggio, capace di parlare a ogni visitatore. Nell'Antico Ospedale Spagnolo del Castello Sforzesco, accanto al Museo della “Pietà Rondanini” di Michelangelo, la mostra (fino al 13 febbraio) e il catalogo (Officina Libraria) affrontano per la prima volta in Italia il tema della “Pietà”, a confronto con la sua fonte germanica. Un tema che con le tre “Pietà” di Michelangelo (la Vaticana, 1497-99, in San Pietro, subito diventata modello per ogni altro artista; la Bandini, 1447-55, dell'Opera del Duomo di Firenze, e la milanese “Pietà Rondanini”, conclusa pochi giorni prima di morire, nel 1564) toccò le sue vette, ma che aveva avuto origine molto tempo prima nella Valle del Reno dove, già nel ‘300, i mistici domenicani avevano elaborato questa scena che non figura nei Vangeli.

La chiamarono “Vesperbild”, cioè immagine del vespro (o della sera) alludendo alla sera del Venerdì santo, quando la Vergine accolse in grembo il figlio deposto dalla croce. E fu proprio in Germania che, prima che altrove, fu tradotta in immagine, in sculture di un brutale espressionismo, accomunate dalla figura scheletrita del Cristo e da una profusione (quasi splatter, diremmo oggi) di sangue, che cola dalle piaghe del costato, dei piedi, delle mani, della fronte.

Quando quell'iconografia scese in Italia (prima in pittura, poi in scultura), si caricò di una nuova dolcezza e prese il nome di “Pietà”. Attraverso le 24 magnifiche opere esposte, giunte dal Louvre, dal British Museum, dal Victoria&Albert Museum, dalla Liebieghaus di Francoforte, oltreché da grandi musei italiani, la mostra racconta tale metamorfosi in un percorso (scandito in tre sezioni: La “Pietà” nasce in Germania; La “Pietà” diventa italiana; Verso Michelangelo) che si apre con la più cruda di esse, giunta da Francoforte, posta a diretto confronto, grazie a un cannocchiale ottico, con un calco della dolcissima “Pietà” vaticana di Michelangelo. Tra le due, insieme ad altre opere tedesche per lo più anonime, scorrono dipinti e sculture di grandi maestri italiani come Simone dei Crocifissi, Lorenzo di Pietro (il Vecchietta), il Maestro dell'Osservanza, Giovanni Bellini, Cosmè Tura, Ercole de' Roberti, Francesco del Cossa, Vittore Carpaccio. In attesa che una prossima mostra ci conduca fino alla “Pietà Rondanini”, estremo capolavoro di Michelangelo, che in essa sembra voler tornare alle radici germaniche del tema.

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