Cultura

Il reggae è patrimonio Unesco: breve storia della musica più…

  • Abbonati
  • Accedi
Servizio |non solo bob marley

Il reggae è patrimonio Unesco: breve storia della musica più lenta (e felice) del mondo

«Everywhere is war». C’è guerra ovunque, denunciava Bob Marley in uno dei pezzi più importanti della sua produzione, per qualcuno il più importante della storia del reggae. Un pezzo che, comunque la vogliate mettere, offre un innegabile «contributo al dibattito internazionale su questioni di ingiustizia, resistenza, amore e umanità». Le stesse motivazioni che l’agenzia culturale delle Nazioni Unite usa per inserire il reggae, la musica giamaicana per eccellenza, nel patrimonio Unesco, nel bel mezzo della lista dei Beni immateriali dell’umanità. Senza Giamaica non avremmo avuto il reggae.

GUARDA IL VIDEO. Il nuovo album di Ziggy Marley

C’era una volta la Island Records
E neppure ska, rock steady e dub ci sarebbero arrivati senza la ex colonia della Gran Bretagna che, soltanto il 6 agosto 1962, si guadagnò l’indipendenza dal Regno Unito. Giusto pochi mesi prima dell’uscita di Agente 007 – Licenza di uccidere, primo film della saga che proprio nell’isola caraibica aveva uno dei set principali. Da allora abbiamo imparato a (ri)conoscere e amare quella tropicale lingua di terra di appena 10mila chilometri quadrati per Jimmy Cliff e Peter Tosh, per Toots and the Maytals e Bunny Livingston, per Shaggy e Sean Paul ma soprattutto per sua maestà Robert Nesta Marley. Presi insieme, gli alfieri del Jamaican sound hanno venduto più di cento milioni di dischi in tutto il mondo. Performance notevole che ha contribuito in buona parte ad arricchire quel geniaccio di Chris Blackwell, discografico inglese che ebbe la fortuna di trascorrere l’infanzia nelle Antille, si accorse prima di tutti del grande potenziale della musica che si produceva da quelle parti e nel ’59 fondò la Island Records, etichetta indipendente che di fatto lancerà tutti gli eroi del genere. E oggi appartiene alla galassia della major Universal Music.

Bob Marley (Afp)

Fantasie «in levare»
Qual è il tratto distintivo di tutta la musica giamaicana? Nessun dubbio a riguardo: il ritmo in levare, quel divertimento percussivo a volte veloce (vedi alla voce ska), altre lento (reggae) o lentissimo (dub) che accomuna le composizioni roots dei Melodians ai più moderni rappettini di Sean Kingston. Una soluzione che in tutta evidenza viene da lontano. Provate ad ascoltare la musica popolare etiopica: ci troverete in stato embrionale le stesse suggestioni ritmiche. E non potrete fare a meno di pensare che certe fantasie in levare siano arrivate in Giamaica direttamente dall’Africa, sulle navi negriere che per secoli solcarono l’Atlantico.

L’epopea dei sound system
Negli anni Cinquanta l’isola caraibica è ancora una colonia britannica dal paesaggi mozzafiato e povertà assoluta. I giovani provano a voltarsi dall’altro lato, a divertirsi scimmiottando usi e costumi della contemporanea cultura afro-americana. Vanno per la maggiore i sound system, impianti musicali viaggianti che nel giro di pochi minuti ti portano la festa nel ghetto. La figura del dj, come la intendiamo oggi, nasce a Kingston in quegli anni: è il maestro di cerimonie che infila i dischi sui piatti senza soluzione di continuità, dettando i tempi della festa mobile. Gli eroi di questa particolarissima epopea si chiamano Clement «the Downbeat» Dodd e Duke «The Trojan» Reid. E inventano un concetto di grande avvenire: il re-mix.

Merchandising reggae a Durban (Afp)

Tra ska e rocksteady
Gli anni Sessanta vedono la gioventù giamaicana ancora più proiettata a fare propria la lezione della black music a stelle e strisce. Soul e rhythm and blues sono i modelli di riferimento, riletti secondo una sensibilità che, se possibile, è ancora più afro: con il tormentone Easy Snappin’ di Theo Beckford nasce lo ska che a metà dei Sixties si evolve nel più raffinato rocksteady, codificato nell’omonimo brano di Alton Ellis. Muovono intanto i primi passi astri di prima grandezza come Jimmy Cliff e i Wailers, supergruppo che riunisce Bob Marley, Peter Tosh e Bunny Livingston.

L’esplosione del reggae
Il mondo si accorge però del reggae soltanto nel 1972. Nell’agosto di quell’anno viene presentato a Venezia The Harder they come, film di Perry Henzell, prima perrlicola interamente prodotta in Giamaica. Il ruolo del protagonista – un giovane che arriva a Kingston dalla campagna, vorrebbe sfondare come cantante ma per sopravvivere è costretto a darsi al crimine – viene affidato alla reggae star Jimmy Cliff. Il successo della pellicola nel circuito dei midnight movie americani, ma ancora di più la sua avvincente colonna sonora fanno crescere ovunque la domanda di musica giamaicana. Casca a fagiolo, in questo periodo, il raggiungimento della piena maturità artistica di Bob Marley che metterà in fila brani epocali come No woman no cry e dischi eccezionali come Rastaman vibration (quello di War, appunto) grazie ai quali il mondo saprà cos’è il rastafarianesimo e imparerà a separare il bene e il male distinguendo tra Zion e Babylon. Il tutto per la gloria di Jah, l’unico Dio che ha fatto della Jamaica – un’isola con poco più di due milioni di abitanti – la terra degli uomini più veloci del mondo. E della musica più lenta e felice.

© Riproduzione riservata