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«Non ci resta che vincere», una commedia agrodolce per l’Oscar

Dal film “Non ci resta che vincere”
Dal film “Non ci resta che vincere”

Il cinema spagnolo è protagonista del weekend in sala con «Non ci resta che vincere», lungometraggio di Javier Fesser che ha avuto un enorme successo in patria ed è stato selezionato dalla nazione iberica come suo rappresentante nella corsa al prossimo premio Oscar per il miglior film straniero.
Al centro c'è un allenatore di basket di altissimo livello che, dopo aver avuto qualche guaio con la giustizia, è chiamato a un'impresa tutt'altro che semplice: per ordine del giudice dovrà gestire una squadra di pallacanestro composta unicamente da persone con deficit mentali.

Dal film “Non ci resta che vincere”

Si tratta di una commedia agrodolce dai buoni sentimenti, tenera e capace di far sorridere pur parlando di tematiche particolarmente delicate.

Il regista Javie Fesser firma una curiosa storia di rivalsa, in cui la pena impartita dal giudice al protagonista si trasforma in una lezione di vita inerente ai pregiudizi e alla normalità.
Seppur molto semplice nella trama e a tratti elementare nella messinscena, «Non ci resta che vincere» è un prodotto che riesce a toccare corde profonde senza scadere nella facile retorica: visto l'argomento di partenza, le trappole in questo senso erano molte ma il film le schiva efficacemente, risultando sincero e credibile per tutta la sua durata.
Gradevole e ironica al punto giusto, la pellicola spagnola spera così di entrare nella cinquina dei candidati all'Oscar per il miglior film straniero, anche se dovrà vedersela con numerosi pezzi da novanta, come «Roma» per il Messico e «Un affare di famiglia» per il Giappone. Da ricordare che per rappresentare l'Italia è stato selezionato «Dogman» di Matteo Garrone.

Dal film “Il castello di vetro”

Tra le novità in sala, una menzione anche per «Il castello di vetro», film basato sull'autobiografia della giornalista americana Jeannette Walls, pubblicata nel 2005. Un libro di grande successo adattato per il grande schermo dall'esordiente sceneggiatore Andrew Lanham insieme al regista Destin Daniel Cretton, che si era fatto conoscere nel panorama indie a stelle e strisce con «I Am Not a Hipster» (2012) e, soprattutto, «Short Term 12» (2013).

Dal film “Il castello di vetro”

Jeannette, figlia di Rose Mary, una donna immatura molto più attenta a coltivare la sua vena artistica che al bene dei quattro figli, e di Rex, padre alcolizzato, ma colto e di animo buono a cui Jeannette è molto legata, vive l'infanzia difficile di chi ha genitori idealisti e purtroppo incapaci di prendersi cura dei figli.

Racconto di formazione piuttosto convenzionale, il film fatica a emozionare e coinvolgere come dovrebbe, soprattutto a causa di una sceneggiatura che gioca troppo sui cliché e su dinamiche che sanno di già visto.
Seppur si tratti di una storia vera, la pellicola manca di spontaneità e si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un'occasione sprecata.
Il cast è di alto livello (sono presenti nomi del calibro di Brie Larson, Woody Harrelson e Naomi Watts), ma non basta per alzare le sorti di un prodotto che si muove in maniera troppo schematica tra diverse temporalità e in cui la vena creativa che il regista aveva (in parte) dimostrato nei film precedenti viene sotterrata dal peso delle logiche commerciali e del politically correct.

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