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L’humus sociale del populismo

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I libri di Mauro e Molinari

L’humus sociale del populismo

Macerata. La manifestazione nazionale contro fascismo e razzismo in risposta alla sparatoria compiuta da  Luca Traini (Fotogramma)
Macerata. La manifestazione nazionale contro fascismo e razzismo in risposta alla sparatoria compiuta da Luca Traini (Fotogramma)

Come raccontare un paese, l’Italia, che dopo il successo elettorale populista del 4 marzo scorso è diventato il «centro del mondo» (Steve Bannon)? Ezio Mauro e Maurizio Molinari hanno scelto due approcci differenti.

Mauro si concentra su un episodio paradigmatico: la mattanza indiscriminata di neri compiuta a Macerata il 3 febbraio 2018 da Luca Traini, l’«uomo bianco» incensurato improvvisatosi vendicatore di Pamela, trucidata – secondo quanto risulta finora – da uno spacciatore nigeriano. Se le vittime innocenti di Traini sono state colpite soltanto per il colore della pelle, chi c’era dall’altra parte della pistola? Traini sembra uscito dall’America profonda di Harper Lee o da un quadro di Hopper.

È un «forgotten man», un solitario, un emarginato ferito dalla vita, un rancoroso in credito col mondo, che tiene sulla scrivania il Mein Kampf di Hitler accanto alla Storia della Repubblica Sociale edita dal «Borghese». Pensa di rappresentare l’avanguardia di una rivoluzione cui aderiranno anche i benpensanti che per ora si sono limitati a manifestargli solidarietà.

Quando però l’inchiesta dell’ex direttore di «Repubblica» si allarga al contesto in cui è maturata l’azione di Traini, pecca forse di astrazione. L’ostilità degli autoctoni per i migranti è in gran parte un sentimento «irrazionale». Incombe il pericolo di un «fascismo 2.0». Il «grumo ideologico» dell’odio verso lo straniero ricorda quello allignante nell’Italia del ’38. Esortandoci ad avere paura, gli odierni predicatori populisti «battono le nostre contrade e picchiano alle nostre porte come monaci medievali». Ma è davvero così?

Dal libro di Molinari emerge un quadro meno tranchant. Il suo lavoro è nato «on the road», percorrendo in lungo e in largo il nostro paese per quasi 200 mila chilometri, fra piazze, villaggi e sobborghi. In poco più di cento pagine, suddivise in agili capitoletti, il direttore della «Stampa» traccia un’esauriente radiografia delle origini dell’onda populista. Possiamo ricavarne almeno cinque chiavi interpretative.

Primo. Il populismo del 2000 non rispecchia soltanto una visione del mondo (il popolo incontaminato vs le élite corrotte), ma offre anche e soprattutto protezione sociale ai ceti «aggrediti dalle diseguaglianze, sorpresi dai migranti, flagellati da imposte e corruzione, bisognosi di sicurezza, feriti dalla globalizzazione». Un tempo sarebbe stata soprattutto la sinistra a occuparsi delle loro «istanze», ma ora i progressisti sembrano attratti soprattutto dai «vincenti», non dai «perdenti». Del resto, come ha documentato il sociologo Luca Ricolfi, il divorzio fra «sinistra e popolo» è un processo storico iniziato nei lontani anni Ottanta.

Secondo. Benché amplificate dalla propaganda populista, le paure oggi dominanti non sono immaginarie, bensì fondate su dati di fatto. Soltanto chi non abbia mai messo piede in un caseggiato di periferia può ritenere che l’immigrazione straniera non crei enormi problemi alla popolazione locale più svantaggiata. Per non parlare della «competizione al ribasso», nel mondo del lavoro, fra immigrati affamati di benessere e ceto medio italiano impoverito.

Terzo. Lungi da essere meri lacerti di un buio medioevo, i nostri populisti si sono spesso mostrati più moderni e pragmatici dei loro avversari, a partire dall'utilizzo spregiudicato della Rete.

Quarto. Il compito dei populisti è stato non poco facilitato dalla miopia dei partiti tradizionali, che hanno accusato indistintamente di razzismo chiunque protestasse contro il degrado causato dall'immigrazione incontrollata; hanno ostentato un bilancio trionfalistico della propria azione di governo (quando, secondo il rapporto Istat del 2017, un terzo delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese); si sono incaponiti sulla riforma costituzionale (un tema importante, ma in grado di appassionare solo poche centinaia di «competenti»); hanno coltivato una visione ottimistica della globalizzazione e difeso un’idea ragionieristica dell'Europa: altrettanti esempi di una tattica rivelatasi fallimentare.

Quinto. L’odierno populismo è un fenomeno tutt’altro che passeggero, ma ormai strutturale. E tale resterà sino a quando non si darà una «risposta strategica» alle ragioni che lo hanno generato. Soltanto così si potrà risanare l’humus sociale in cui è germogliata la «battaglia» estrema e solitaria (per ora) di Luca Traini.

L’uomo bianco, Ezio Mauro, Feltrinelli, Milano, pagg. 140, € 15
Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa, Maurizio Molinari, La Nave di Teseo, Milano, pagg. 122, € 17

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