Cultura

La poesia dello Schiaccianoci incanta La Scala

  • Abbonati
  • Accedi
danza

La poesia dello Schiaccianoci incanta La Scala

Si deve proprio a Lo Schiaccianoci di George Balanchine l'inizio della tradizione che oggi vede imperversare questo balletto nelle programmazioni natalizie di tutto il mondo. In verità, quando il coreografo decise di allestirlo ( nel 1954), l'intenzione era un'altra: attirare agli spettacoli del New York City Ballet un pubblico più allargato di quello che stava seguendo le sue sofisticate sperimentazioni; un pubblico generalista, “l'intera New York”, come aveva auspicato anche il sindaco La Guardia concedendo alla compagnia di rappresentare la città.

Quale titolo poteva essere migliore di quello che evocava momenti di vita familiare nei giorni più festosi dell'anno, con grande spazio per i bambini e tutto l'apparato dell'immaginario infantile legato al mondo dei giochi e del Natale? Le cronache raccontano dell'immediato trionfo e anno dopo anno ne registrano l'imperterrito successo al botteghino – e “a cascata”, di tutte le compagnie che hanno seguito l'intuizione balanchiniana ( varianti psicanalitiche della storia incluse ): Lo Schiaccianoci di Balanchine è ormai un brand cui si rifanno addirittura cinema e cartoon. Ma possono essere semplicemente l'ambientazione natalizia e le improbabili fantasticherie dolciarie tradotte in brevi danze a decretarne un così radicato successo? Guardando la felice edizione scaligera del balletto – per la prima volta ( salvo una fugace presenza al Royal Danish Ballet) affidato a una compagnia europea – si capisce bene il fascino sottile e perturbante della messa in scena di Balanchine. Che non è solo dovuto alla danza tout court ( che ha momenti di grande bellezza nella scena della neve e nel valzer dei fiori ), ma proprio all'alchemico bilanciamento tra l'assolutezza della danza classica e la spontanea ingenuità dei bambini che attraversano l'intero spettacolo.

Con loro Balanchine compie il miracolo: ne conserva la freschezza e l'istinto, anche se li fa muovere impettiti nella marcetta iniziale o danzare in file rigorose nella danza di Mamma Cicogna. La vivace presenza dei piccoli alla festa conferisce ritmo e alleggerisce una scena spesso noiosa: Balanchine attinge alle sue memorie di bimbo a San Pietroburgo per restituirci l'innocenza di un'aspettativa senza nubi. Del resto proprio la rimembranza ammanta tutto il lavoro, la coreografia magnifica della scena della neve e il divertissement del secondo atto, dove si mantengono preziosi ricordi del primo Schiaccianoci, quello del 1892. In questo senso in piena assonanza con lo spirito del lavoro è l'allestimento coloratissimo, gioioso ed emozionante di Margherita Palli che regala “meraviglie” alla bella prova della compagnia, dai piccoli della Scuola di Ballo ai solisti – l'autorevole Fata Martina Arduino con l'elegante Nicola Del Freo, la lieve “cassatina di marzapane” Caterina Bianchi, la baldanzosa Gaia Andreanò nel difficile ruolo di Rugiada. E poi c'è Ciaikovsky – il più poetico e nostalgico- qui degnamente restituito da Michail Jurowski.

© Riproduzione riservata