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Le stagioni di una volta

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Le stagioni di una volta

Quante volte avete sentito ripetere: “Non ci sono più le stagioni di una volta?”. Una frase del genere, tuttavia, si poteva ascoltare secoli fa, perché non dipende dal riscaldamento della Terra ma da un sentire diffuso.
Una conferma? Provate ad aprire i “Pensieri” di Giacomo Leopardi e leggete il trentanovesimo. Il grande poeta, che se ne andò nel 1837, riporta riflessioni di Baldassarre Castiglione (morì nel 1529) e di Lorenzo Magalotti (lasciò le pene della vita nel 1712). Questi grandi letterati sostenevano che le stagioni non erano più quelle di una volta.

Così si legge in un passo delle “Lettere familiari” di Magalotti, risalenti al 1683: “Egli è pur vero che l'ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di Pasqua di resurrezione, ognuno si rivestiva da state”. Insomma, allora ci si lamentava per il freddo.

Leopardi commenta, con un tocco d'ironia: “L'Italia sarebbe più fredda oramai che la Groenlandia, se da quell'anno a questo, fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella proporzione che si raccontava allora”.

Volendo, si potrebbe risalire a Virgilio e forse ai primi documenti scritti. Le stagioni, d'altra parte, non sono sempre uguali e, a seconda dei mezzi che si hanno a disposizione per difendersi dal caldo o dal freddo, si dice qualcosa sul tempo o le temperature.
Ciò non toglie che la Terra abbia seri problemi, causati dal poco rispetto dell'ambiente e che il suo equilibrio sia ormai messo a dura prova. Del resto, al tempo di Giulio Cesare una scimmia avrebbe potuto recarsi da Parigi a Roma passando di albero in albero, senza mai toccare terra. Oggi un viaggio del genere è pura fantasia.
Chi desiderasse riflettere sulle stagioni e su quel che hanno rappresentato nei secoli, indipendentemente dalle lamentele, può cominciare con il delizioso volume di Alessandro Vanoli: “Inverno” (il Mulino, pp. 216, euro 15). Stagione delle feste di fine d'anno (che celebrano temi e miti della rinascita) ma anche capitolo importante della storia umana: richiama la glaciazione, le estenuanti ritirate militari (Napoleone, Hitler ecc.), i fiori di ghiaccio della letteratura (Goethe, Andersen), il bisogno di calore che da sempre si cerca con il fuoco o con le ultime tecnologie. C'è anche un inverno per la musica, e quello di Vivaldi è il più noto; c'è quello caro alla filosofia. Per questo Voltaire diceva che si pensa meglio nelle città fredde perché in quelle calde le nostre meningi s'impigriscono. Forse affermò questo perché riscuoteva uno stipendio da Caterina II di Russia e la celebre sovrana aveva i suoi domini coperti in gran parte di neve. Con i grandi, l'inverno aveva anche un suo posto in busta-paga..

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