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La nostalgia del silenzio

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La nostalgia del silenzio

«Il Silenzio»   di Giorgio  Kienerk (1900), Palazzo Roverella, Rovigo
«Il Silenzio» di Giorgio Kienerk (1900), Palazzo Roverella, Rovigo

Un terzo della popolazione della città di Zurigo era torturata da rumori dalla strada oltre il tollerabile. Nel 2011 l’amministrazione comunale ha introdotto il limite di 30 km l’ora per gli autoveicoli. Risultato: solo un quinto della popolazione avverte un sollievo seppure minimo. Per eliminare il rumore dalla strada bisognerebbe montare vetri speciali. Una spesa troppo alta per molte famiglie, enorme se dovesse essere a carico del Comune. Ennesima sconfitta nella lotta per il silenzio, che alle nostre latitudini sta inesorabilmente scomparendo. «Nelle città - scrive Le Breton nel suo singolare e interessantissimo studio -i rumori si susseguono come una presenza incessante nella vita delle persone: automobili, camion, motociclette, bus, tram, cantieri, sirene delle ambulanze o della polizia, ...vetture dalle cui autoradio esplodono ritmi incontenibili ecc.»

Il rumore non viene solo dalla strada. Quante volte si esce da un ristorante per il rifiuto del personale di spegnere o abbassare la musica ad alto volume? Perché si crede di dover servire chiasso a chi vuol mangiare? Il sociologo e antropologo francese David Le Breton, in un’ampia analisi psicologica, storica e politica sulla dimensione esistenziale del silenzio, indispensabile salvaguardia della propria identità, rileva che «oggi innumerevoli fonti sonore saturano gli appartamenti: radio, televisione, elettrodomestici, cellulari, altoparlanti ecc».

Non solo gli appartamenti ne sono saturi: in treno s’esperimenta spesso la delizia della persona accanto che non fa altro che telefonare, di regola a voce alta o altissima. Si ha silenzio solo nel caso, sempre più raro, che i marchingegni non funzionino, e allora, nota Le Breton, si ricorre all’immediato «tentativo di arginamento» quasi che il silenzio «fosse un intruso».

La direzione delle ferrovie federali svizzere - come altri paesi in tutto il mondo compresa l’Italia - ha avuto, anni fa, la splendida idea di riservare un vagone di ogni convoglio al silenzio assoluto: esso è indicato col disegno, attaccato ai vetri delle porte e delle finestre, di un dito ammonitore davanti alle labbra. Lì non si può parlare nemmeno a bassa voce, e se fischia il telefonino si deve uscire. Da qualche anno però il sollievo ha acquisito il carattere del privilegio, perché è solo in prima classe. Il «rumore non molla mai la presa sull’umanità contemporanea», per cui in molti o moltissimi si acuisce non solo la stizza, ma la «nostalgia del silenzio e l’aspirazione a ritrovarlo».

Il rumore è percepito come un’aggressione, che ostacola la concentrazione e come un impedimento al sentimento della propria libertà. Il silenzio è un lusso: una casa in un quartiere tranquillo o una stanza d’albergo con doppi vetri sono più care. L’autore, trattando il si-lenzio come parte della conversazione, sottolinea con perspicacia che lo sfondo della conversazione è inframmezzato (come notava Merleau-Ponty) «da fili di silenzio» che impediscono un flusso incontrollato di parole e distinguono il chiacchierone dal taciturno.

Il filosofo esistenzialista francese Louis Lavelle, citato da Le Breton, dice che «Il silenzio è un omaggio che la parola rende allo spirito. Perciò la Parola di Dio..che è una rivelazione totale, non si distingue dal perfetto silenzio». Per la religione egiziana, l’ebraesimo e le religioni neotestamentarie, il silenzio è la forma più eloquente della rivelazione. Il credente deve ritirarsi nel silenzio per sentire la Parola di Dio. Da qui la tradizione degli anacoreti nei deserti e in altri luoghi inospitali e dei cenobiti e monaci nelle cla-usure dei monasteri. Per i buddisti il silenzio é la condizione indispensabile della meditazione.

Con grande sensibilità Le Breton tratteggia lo stato d’animo d’incertezza e il silenzio del medico che si sofferma a riflettere prima di comunicare al paziente una prognosi infausta. Il silenzio gli facilita la scelta psicologicamente più opportuna. Questi sono alcuni dei moltissimi aspetti del silenzio e del suo indomabile avversario, il rumore, trattati magistralmente da Le Breton.

Il silenzio è un evento biologico unico nella fisiologia delle percezioni. Il silenzio non si vede, non si tocca né si annusa: si può solo sentirlo. Il sordo di nascita non sa che cos’è il silenzio. Nel silenzio si sente l’assenza delle vibrazioni d’aria dell’esperienza uditiva. Le neuroscienze spiegano solo in parte i meccanismi nervosi del silenzio. Le aree cerebrali dei lobi temporali, che elaborano le informazione acustiche, sono attive, in forma diversa, anche nel silenzio. Lo stimolo che le attiva nel silenzio non proviene dalle orecchie, come per l’esperienza acustica, ma forse (è il dilemma non chiarito) dalle aree cerebrali frontali.

Il silenzio non è l’assenza della percezione acustica, ma una sua variante, d’origine non chiara. Come per l’informazione acustica, le aree della percezione del silenzio sono intensamente collegate alle aree cerebrali dell’affettività. Da qui l’infinita varietà emotiva e i molti e diversi stati d’animo (di cui Shakespeare, Pascal e Leopardi, fra gli altri, hanno lasciato testimonianze memorabili) che il silenzio crea. Il libro di Le Breton è un’antologia di una parte di quanto le aree emotive del cervello trasmettono alla coscienza. Ben vengano opere come queste. Incoraggiano coloro che combattono, in piccolo e in grande, per il silenzio, che non dovrebbe essere un privilegio, ma la condizione prevalente dell’esistenza.

ajb@bluewin.ch

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