Cultura

Canta, bardo, tutte le follie dell’amore

  • Abbonati
  • Accedi
shakespeare

Canta, bardo, tutte le follie dell’amore

A ripensarci non sembra vero. Ma ricordo perfettamente le parole di un’anziana contadina della Bassa lombarda – parlo di oltre mezzo secolo fa – la quale, andando a sua volta indietro di altri cinquant’anni, rievocava i propri genitori e il modo in cui il padre aveva sempre fatto la corte alla madre. «In paese», diceva ridendo, «pensavano che ne fosse innamorato». Roba buona, data l’epoca e gli orari di lavoro, per i film e le canzonette. Insomma, per chi avesse del tempo da perdere.

Adolescente in villeggiatura, avevo ormai familiarità con i trattati d’amore medievali e il Roman de la Rose, oltre ai poeti della scuola siciliana; e quella frase mi aveva colpito. Non potevo ancora sapere di Denis de Rougemont e del suo studio su L’amore e l’Occidente, ma ricordo che la distinzione, se non proprio contrapposizione, tra matrimonio e amore – quest’ultimo inteso come passione – aveva stimolato la mia fantasia e mi aveva aperto un pertugio per navigare nel passato.

In questi giorni, mentre leggevo il trascinante Shakespeare e l’amore di Arturo Cattaneo (Einaudi, pagg. 324, € 24), mi sono a un certo punto ritrovato a Londra, in un teatro elisabettiano, in mezzo a gente che solamente lì – e per procura! – poteva vivere certe vicende esotiche e strabilianti, e ho avuto modo, grazie alla guida sapiente del professor Cattaneo, di seguire un paio di rappresentazioni con i loro stessi occhi. Pregiudizi, valori e conoscenze compresi.

Sullo zatterone del proscenio, prima Giulietta e Romeo, e dopo Otello e Desdemona (che lassù chiamano “Desdemóna”) erano protagonisti di tragiche vicende con al centro due passioni – l’amore e la gelosia, rispettivamente – che, come avrebbe scritto di lì a qualche anno Robert Burton nel terzo libro della sua Anatomia della malinconia (1621), altro non erano che manifestazioni cliniche della follia.

I grandi amori di cui, grazie al cielo, si è nutrita la nostra tradizione letteraria – da Tristano e Isotta a Lancillotto e Ginevra, da Paolo e Francesca alla Lettera scarlatta (1850), e da Madame Bovary (1856) ad Anna Karenina (1877) – sono irresistibili e appunto folli, perché coartati da un ostacolo che si frappone tra gli innamorati e che è quasi sempre un vincolo matrimoniale contratto prima del loro fatale incontro.

E poiché, come si sa, matrimonio e patrimonio hanno sempre fatto coppia, e le coppie di ogni ceto un tempo mettevano al mondo sciami di bambini a cui bisognava poi provvedere, ecco che la famiglia ha finito per avere sempre la precedenza nella vita di tutti i giorni. Non però in quello spazio della mente che chiamiamo immaginazione e che è comune ai poeti e agli artisti, agli spettatori e ai lettori. Giovani e vecchi.

Shakespeare e l’amore si compone di cinque capitoli: Il giovane Will, Romeo e Giulietta, Otello, Sonetti e Finis. Cattaneo si avvale di indizi e suggerimenti che vengono da una lunga frequentazione nel caveau di biblioteche specialistiche; ed è, il suo, un libro che finirà giustamente sugli scaffali della saggistica, ma che in virtù della sua brillantezza – la vivacità colloquiale dello stile – scivolerà sotto gli occhi del lettore con l’agilità di un romanzo.

Lino Musella ipnotico con 30 sonetti di Shakespeare in napoletano

Cattaneo è infatti assimilabile al ristretto novero di quegli studiosi (da noi purtroppo piuttosto rari) che in Gran Bretagna, a partire dal ’700 con il Dottor Johnson e, nell’800, prima con eccellenti lettori di Shakespeare, come William Hazlitt (I personaggi del teatro di Shakespeare, Sellerio, 2016) e come Charles e Mary Lamb (Racconti da Shakespeare, Rizzoli, 2016), e poi con Matthew Arnold, strenuo eversore della prosa accademica, hanno sancito, scrivendo in modo chiaro e concreto, la perdurante fortuna della saggistica inglese.

Il passo – cioè il tono, nonché la cadenza – adottato da Cattaneo in questo libro è di chi racconta un fatto – una storia – con tutte le circostanze. E poiché i destinatari non sono in primis i suoi colleghi, ma noi lettori, bisogna essere avvertiti che non si tratta di un’opera scientifica in codice, ma di una dotta, succosa e garbata lezione, utile e necessaria per chi, non vivendo più nel XVII secolo, tante cose relative a quell’epoca non le può sapere.

È anche vero che, dato l’argomento, Cattaneo non sarebbe in grado – come nessuno, del resto – di mettere la mano sul fuoco per garantire che quel che dice sia sempre oro colato. La sua narrazione è infatti costellata da espressioni quali: «si dice», «si pensa», «sembra», «forse», «potrebbe anche darsi», che, nell’insieme, non sembrano avvalorare molte certezze. Ma qui sta il bello, perché in questa apparente foschia, peraltro confortata da autorevoli fonti secondarie, non bisogna perdere di vista il fatto che il signore di cui stiamo parlando non si sa nemmeno bene chi fosse.

Al punto che Jorge Luis Borges, per un ventennio professore d’inglese all'Università di Buenos Aires, ha persino scritto che dentro la persona chiamata Shakespeare non c’era nessuno: «Nadie hubo en él»; e che, «dietro il suo volto e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno». La prosecuzione di un concetto – di un’immagine – espresso dallo stesso Shakespeare alla fine della carriera: «Noi siamo fatti della medesima sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra vita breve è circondata dal sonno».

Tutt’attorno a quel vuoto, che è il calco di un corpo e di una realtà ormai dissolti, si sono accumulate nei secoli tonnellate di carta, di illazioni e di congetture. Una piramide egizia al cui centro è custodita una voce nella quale – lui vivo, e chiunque lui fosse – l’intero cosmo era sembrato riflettersi. Shakespeare ne era rimasto abbagliato e, umanamente sopraffatto al pari di un filosofo scettico, aveva risposto, come fanno i guitti, fingendo via via di essere un’altra persona. Infinite altre persone. Fino a destare il banale sospetto che fosse un ventriloquo e che a parlare attraverso di lui fosse una entità sovrumana capace di segnalare a noi stessi, in una lingua comprensibile, la nostra comune e limitata umanità.

Cattaneo ha isolato un aspetto della sua opera – l’amore appunto – ricucendolo, un’ipotesi dopo l’altra, a una ancor più ipotetica biografia. In questo modo – umano, troppo umano! – lo ha avvicinato a un pubblico in t-shirt e blue-jeans, che è quello di chi assiste di solito alle sue lezioni universitarie, e lo ha restituito alla propria cruda realtà. Con giovanilistico entusiasmo ha segnalato tutte le novità del teatro di Shakespeare. Il bacio tra Romeo e Giulietta, tanto più eccitante (e osé) per il fatto che a baciarsi – e il pubblico lo sapeva bene – erano attori del medesimo sesso, seppure en travesti; atti di violenza in presa diretta, sulla scena e non raccontati da un messo, come l’uccisione di Polonio in Amleto e lo strangolamento di Desdemona da parte di Otello; nonché il resoconto del duplice amore del Bardo – pane al pane e pene al pene – per il Giovane amico e per la Dama bruna, nei Sonetti. Una raccolta in cui il mistico e disincarnato amor cortese dei canzonieri petrarcheschi lascia il posto a esaltazioni e struggimenti il cui campo di battaglia include la camera da letto.

Un libro, questo Shakespeare e l’amore di Arturo Cattaneo, che si accompagna a un altro importante evento. La pubblicazione del quarto e ultimo volume di Tutte le opere di William Shakespeare (Tragicommedie, Drammi romanzeschi, Sonetti, Poemi, Poesie occasionali) a cura di Franco Marenco (Milano, Bompiani, pagg. 2.750, € 50) sulle quali ci ripromettiamo di tornare al più presto.
Shakespeare e l’Amore, Arturo Cattaneo, Einaudi, Torino, pagg. 324, € 20

© Riproduzione riservata