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Temperare l’iperglobalizzazione

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Dani Rodrik

Temperare l’iperglobalizzazione

Illustrazione di Franco Matticchio
Illustrazione di Franco Matticchio

Che la globalizzazione fosse un processo destinato, di per sé, a generare risultati positivi univoci, tali da dar luogo a una fase di crescita sicura e su vasta scala, per via dei vantaggi aggregati derivabili dalla liberalizzazione dei rapporti commerciali e dei movimenti di capitale, ha costituito per molti anni, dalla fine del Novecento, una sorta di assunto categorico condiviso da gran parte degli economisti e non solo da loro. Fin quando, lungo la strada, è emerso, alla luce dell’esperienza, il fatto che si erano sottovalutati certi risvolti di segno negativo che avrebbe assunto un’espansione del commercio e della finanza internazionale lasciata correre senza adeguate regole, a briglia sciolta.

Va perciò riconosciuto a Dani Rodrik il merito di esser stato uno dei primi economisti a segnalare, con un suo saggio comparso una ventina d’anni fa, i rischi che si sarebbero corsi qualora avesse preso il sopravvento, sulla scia delle politiche del “Washington consensus”, una sorta di “fondamentalismo mercatista”, tale da indurre analisti e decisori politici a premere, con un eccessivo ottimismo, sul pedale di un’iperglobalizzazione. Finendo così per attizzare, dopo la grave crisi esplosa nel 2008, il fuoco di una reazione antiglobalista indiscriminata quanto controproducente.

Di qui l’estrema attualità dell’ultimo libro di Rodrik, comparso l’anno scorso e ora tradotto da Einaudi, in cui sono compendiate le obiezioni che egli ha continuato a muovere negli ultimi anni nei confronti di una globalizzazione ipermondialista.

È vero che alcune sue critiche sono talora strettamente legate a particolari evenienze e altre hanno a che vedere con le sue polemiche nei riguardi di questo o quell’economista da lui ritenuto troppo accademico o dottrinario.

Ma, per il resto, il suo discorso è basato su solide argomentazioni e si presta pertanto a rilevanti e utili motivi di confronto e riflessione nell’ambito del dibattito pubblico in corso sugli effetti e le dinamiche di un fenomeno come quello della globalizzazione che riguarda il presente e il futuro di un universo multipolare sempre più interconnesso.

Che la globalizzazione non si sia rivelata in termini distributivi “una manna per tutti”, è un dato di fatto evidente. Al di là dell’affrancamento di una parte della popolazione mondiale da uno stato endemico di povertà assoluta (che va certamente messo in conto), la globalizzazione ha soprattutto fornito le ali a Cina e India per spiccare il volo verso il rango di nuove grandi potenze emergenti. Ma l’eccezionale ascesa della Cina non sarebbe riuscita qualora Pechino avesse applicato le norme della Wto e non fosse invece ricorsa, nell’ambito di un regime politico ancora totalitario, a una serie di espedienti (come una valuta manipolata, un sistema di prezzi a doppio binario, la creazione di zone economiche speciali e accentuate forme di dumping sociale). Ciò che è avvenuto, sia pur in maniera differente (tramite un robusto dirigismo statale e una presa di distanze dalle posizioni neo-liberiste più in voga) anche nel caso dell’India.

A ogni modo, la globalizzazione non è stata quel vettore per la propagazione di un’autentica economia di mercato e stabilità finanziaria, intrecciata a un’equa ripartizione del reddito e delle risorse, come si pensava per lo più ai suoi esordi.

Ciò non significa, tuttavia, che non esista un’alternativa fra un ipermondialismo ultraliberista, quale è stato professato sino a poco tempo fa delle principali istituzioni internazionali, e un’antiglobalismo protezionistico, tinteggiatosi frattanto sempre più di coloriture populiste e di estrema destra. Insomma, qualcosa come una “terza via” fra quella patrocinata a suo tempo dall’America di Bill Clinton e quella di cui è oggi protagonista Donald Trump, ossia fra i due differenti paradigmi di riferimento ideologici ed economici più emblematici.

Secondo Rodrik, proprio l’Europa potrebbe essere un campo importante per la sperimentazione di un obiettivo intermedio, consistente in una «economia mondiale assennata». Non solo perché essa ha conosciuto di più, in fin dei conti, il rovescio della medaglia in termini economici e sociali dell’iperglobalizzazione (nonostante le misure assunte in ordine di tempo dalla Bce per attenuare l’impatto di una rigida politica ortodossa d’austerità); ma perché soltanto «un sano equilibrio tra governance nazionale e governance globale» costituisce la strada maestra per un rilancio del suo processo di sviluppo, il ripristino di un sistema di mobilità e inclusione sociale, e la salvaguardia delle istituzioni democratiche da derive illiberali o autoritarie.

A suo giudizio, questa svolta sarebbe possibile se, invece di considerare lo Stato-nazione un residuo arcaico del passato o comunque un’entità destinata inevitabilmente a soccombere schiacciata da realtà troppo grandi, si tenesse conto che esso è in grado di agire al proprio interno per un’attivazione sinergica di nuove leve propulsive pubbliche e private di fronte alle sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica.

In realtà, non è che in Europa siano state mai sottovalutate sia le funzioni sia le identità peculiari dei singoli Stati; si è cercato anzi di valorizzarle, non già mediante la formazione di un “superstato” ma attraverso un sistema di cooperazione e coordinazione sovranazionale. È stata questa la ragion d’essere della fondazione, a suo tempo, della Comunità economica europea ed è questa tuttora la finalità precipua della Ue.

La questione di fondo sta, piuttosto, nel compimento di una saldatura (non ancora conseguita) fra integrazione economica e coesione politica che renda possibile una feconda coesistenza fra crescita economica, sovranità nazionale e democrazia nel quadro di una globalizzazione che non sia fonte di profondi squilibri geo-economici e di nuove profonde diseguaglianze sociali. E ciò spiega l’importanza cruciale assunta dall’esito delle prossime elezioni europee di maggio, in quanto esposte all’influenza di suggestioni semplicistiche quanto fuorvianti.
Dirla tutta sul mercato globale. Idee per un’economia mondiale assennata, Dani Rodrik, Einaudi, Torino, pagg. 296, € 19

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