Cultura

Dau, cronaca di un flop colossale

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Dau, cronaca di un flop colossale

DAU, faraonico progetto di opera d'arte totale, allestito negli spazi del Théâtre du Châtelet e del Théâtre de la Ville, era stato annunciato a Parigi come l'evento culturale del 2019. Si è rivelato un fallimento di proporzioni bibliche, all'insegna del caos assoluto. Ma cominciamo con ordine.

Nel 2009, un regista moscovita semisconosciuto di trentatré anni, Ilya Khrzhanovsky, decide di girare un film sulla vita del premio Nobel di fisica Lev Landau (1908-1968), familiarmente detto Dau, uomo dalla vita privata turbolenta e libertina. Galvanizzato dai generosi finanziamenti di un magnate russo delle telecomunicazioni (Sergey Adonyev), il giovane Khrzhanovsky modifica i propri piani e si lancia in un'impresa la cui megalomania riduce Apocalypse Now o Fitzcarraldo alla misura di un timido minimalismo. A Charkiv, in Ucraina, fa costruire una replica dell'immenso istituto di ricerca fisica un tempo diretto da Landau.

Arruola un esercito di scenografi, costumisti, tecnici, comparse e inizia a girare le settecento ore di pellicola che forniranno la materia per montare una quindicina di lungometraggi e una serie televisiva. Le riprese durano due anni. I partecipanti al progetto soggiornano nell'istituto per periodi spesso molto lunghi, se non per l'intera durata del set. L'idea di Khrzhanovsky è farli vivere alla moda sovietica e, grazie alla loro immersione in un mondo che dovrebbe corrispondere a quello dell'URSS negli anni dal 1938 al 1968, filmarli in circostanze che rendano porosa la frontiera tra realtà e finzione, comprese situazioni di intimità erotica, violenza fisica e psicologica, ebbrezza, esasperazione. Il regista riesce inoltre a coinvolgere, a vario titolo, alcuni nomi celebri della cultura: Marina Abramovic, Brian Eno, Gérard Depardieu, Carlo Rovelli... Quando ritiene concluse le riprese, Khrzhanovsky assolda un gruppo di neonazisti affinché terrorizzino i partecipanti al progetto e distruggano l'istituto.
Nei mesi scorsi viene annunciata a Parigi la prima rappresentazione pubblica di DAU. A Khrzhanovsky sono stati concessi gli spazi dei due grandi teatri della Place du Châtelet, nel cuore della capitale, chiusi da oltre un anno per lavori di ristrutturazione: l'allestimento sarà preparato nei cantieri di entrambi gli edifici. DAU comincia a essere pubblicizzato con un'abile strategia di marketing, ben mirata al mantenimento di un certo alone di mistero. Si viene a sapere che sarà possibile visionare le pellicole in un contesto di immersione storica analogo a quello creato per il set: ricostituzione di interni sovietici, presenza di personale in costumi d'epoca, vodka e borsch serviti in stoviglie vintage. È inoltre reso noto che il pubblico potrà confidarsi in apposite cabine a degli “uditori attivi”, sorta di psicoterapeuti improvvisati: le conversazioni saranno registrate e, previo il consenso dei visitatori, depositate negli archivi di DAU. Ma altre telecamere filmeranno di nascosto il pubblico ventiquattr'ore su ventiquattro: l'orario di apertura di DAU dal 24 gennaio al 17 febbraio.

Nella Parigi alle prese con le proteste dei gilets jaunes, la prospettiva di evasione kitsch e snob offerta, si fa per dire, da DAU (il pass meno oneroso, per una durata di sei ore, costa trentacinque euro) semina una certa eccitazione. I giorni precedenti l'inaugurazione, le pagine culturali di tutti i quotidiani sono riempite da inchieste e indiscrezioni sul sulfureo progetto. La sera del debutto, quando centinaia di visitatori già si pressano all'ingresso dei due teatri, viene annunciato che, per ragioni di sicurezza legate ai cantieri in corso, la Prefettura ha proibito l'accesso al pubblico. DAU aprirà il giorno dopo, ma solo negli spazi del Théâtre de la Ville (quelli del Théâtre du Châtelet riceveranno il nulla osta della Prefettura otto giorni più tardi). Le prime reazioni di pubblico e giornali all'esperienza di DAU sono unanimemente, ferocemente negative. Del progetto vengono criticati l'inanità artistica e, soprattutto, il caos organizzativo.
L'aspetto che più colpisce all'interno di DAU è in effetti la confusione, totale e forse in parte voluta. Non esiste alcun percorso vero e proprio, gli spazi deputati all'immersione nell'atmosfera sovietica sono esigui e raffazzonati, la proiezione delle pellicole avviene in modo aleatorio, gli addetti all'allestimento sembrano al corrente di poco e non sanno come orientare i visitatori. Difficile, poi, capire il legame tra l'ispirazione del progetto e alcune attrazioni circensi, come gli sciamani siberiani che, al quarto piano di uno dei due teatri, ricevono il pubblico nella ricostituzione di un appartamento comunitario. Altrettanto difficile è farsi un'opinione sui film di Khrzhanovsky, proiettati a casaccio nella grande e, in questo freddo inverno parigino, glaciale sala del Théâtre de la Ville, ridotta per i lavori in corso alla sua suggestiva ossatura di cemento. Film, tra l'altro, doppiati in stile sovietico: un'unica voce si sovrappone a quelle degli attori traducendone le repliche in simultanea. La sensazione che se ne trae è quella di un'interminabile litania sadomasochistica sui temi del desiderio, del tradimento e del sopruso. Girati dall'abile cinepresa a mano di Jürgen Jürges (direttore della fotografia di Fassbinder, Wenders e Haneke), i lungometraggi di DAU sembrano però più ponderati di quanto Khrzhanovsky voglia lasciar credere, e avrebbero forse potuto giovarsi di una proiezione tradizionale. In ogni caso, non giustificano certo la colossale, carnascialesca messa in scena che gli serve da cornice. E identiche perplessità suscitano i giornalieri non utilizzati al montaggio ma visionabili in piccole cabine disposte nel sottosuolo del Théâtre de la Ville.

Così come è stato allestito a Parigi, DAU assomiglia meno a un'opera d'arte totale che a un locale hype sulla falsariga del newyorchese McKittrick Hotel, noto per i suoi spettacoli di teatro immersivo. Insomma, un luogo concepito per un pubblico che tende a confondere l'arte con la moda, la Storia del Novecento col modernariato e il genio con l'eccentricità. Una strana forma di edonismo e socialità è del resto, curiosamente, l'unica esperienza autentica di DAU. Sono molti i visitatori che, dopo avere lasciato il loro smartphone all'entrata, si aggirano da soli in quella velleitaria rievocazione della vita in Unione Sovietica. Resi complici dalla noia, finiscono a volte per condividere la loro delusione davanti a un bicchiere di vodka: il contatto umano, facilitato dall'alcol, s'impone come antidoto al veleno di un'arte fasulla. Per i più disperatamente soli restano gli “uditori attivi”, per chi cerca il contatto coi morti, gli sciamani siberiani del quarto piano.

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