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Gino Bartali, l’angelo delle due ruote

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Gino Bartali, l’angelo delle due ruote

Gino Bartali il campione delle due ruote, l’eroe dell’Italia del dopoguerra, l’antagonista principe del grande Fausto Coppi. Chi non conosce questo fiorentino di ferro, capace di vincere il Tour de France due volte a dieci anni di distanza, tre volte il Giro d’Italia, quattro Milano-Sanremo, tre Giri di Lombardia e tre Giri del Piemonte, quattro volte il titolo di campione d’Italia e un’infinità di altre corse? Eppure, da quando, nell’aprile del 2006, l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, consegnò a titolo postumo alla signora Adriana, vedova del campione scomparso il 5 maggio del 2000, la medaglia d'oro al merito civile, emerge sempre di più la statura di un personaggio di prima grandezza non solo nelle corse ufficiali, ma forse ancor di più nella vita privata, nella coerenza delle scelte, nella capacità di sacrificarsi per il prossimo in difficoltà, inverando un’autentica e cristallina fede cristiana.

Ormai, è noto, nonostante Bartali non ne abbia mai parlato in pubblico durante la sua vita: il campione fiorentino, negli anni della seconda guerra mondiale, ha contribuito a salvare centinaia di ebrei perseguitati, nascondendone qualcuno a casa propria ma soprattutto partecipando a quella che sarà ribattezzata come la “rete delle due religioni”. Questo network, a cui appartenevano cittadini italiani ebrei e cattolici, dalla Liguria all’Umbra, passando per la Toscana, si è occupato di nascondere e mettere al riparo dai rastrellamenti nazifascisti centinaia e centinaia di ebrei perseguitati a causa dalle leggi razziali, soprattutto attraverso la fabbricazione e la consegna di documenti falsi, con il sostegno di vari conventi e monasteri, di ecclesiastici di alto livello (come il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa) e dello stesso Vaticano.

Gino Bartali era il formidabile “postino” di questa organizzazione: con la sua leggendaria bicicletta (era già prima della guerra il più forte ciclista italiano) e con la “scusa” di doversi mantenere in allenamento, Bartali ha macinato un numero elevatissimo di chilometri, soprattutto tra la sua Firenze e Assisi, per consegnare documenti falsi in grado di salvare la vita – si è calcolato – a circa 800 ebrei italiani.

Per questo suo valoroso e nobile impegno, dal 2013 il nome di Bartali è iscritto nella lista dei “Giusti tra le nazioni” al Memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem, a Gerusalemme, e dal 2018 è stato nominato cittadino onorario dello Stato d’Israele. Proprio da lì il Giro d’Italia è partito lo scorso anno, in ricordo del grande ciclista italiano.

“Il bene si fa ma non si dice”, aveva confidato Bartali a uno dei suoi tre figli, come lezione di vita evangelica. E in effetti per tutta la vita Gino si è ritratto dal parlare dell’esperienza vissuta in tempo di guerra, affermando di voler solo essere ricordato come uno sportivo. Oggi, però, la sua cifra di uomo e le sue esperienze di vita non sono più sganciabili dalla vicenda del ciclista e campione delle due ruote. Anzi: completano e sostanziano sempre di più la biografia di un uomo la cui esistenza si è incrociata più volte con la grande Storia (si veda ad esempio il caso delle vittoria al Tour nei giorni dell’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti, quando il suo successo contribuì non poco a distendere e sollevare gli animi incendiati dalle tensioni politiche).

Un racconto esauriente, godibile e molto intenso dell’epopea bartaliana ce lo offre oggi Alberto Toscano nel suo Gino Bartali, una bici contro il fascismo edito da Baldini+Castoldi, versione italiana (con prefazione di Gianni Mura) di un originale pubblicato lo scorso anno in Francia, dove Toscano vive e lavora da più di trent'anni. Nel libro emerge il profilo prima di tutto di un uomo “impegnato nello sport senza per questo rifiutare altre forme di impegno, senza chiudere gli occhi davanti ad altri problemi né davanti ai problemi degli altri”, un uomo che “pedalando, ha esaltato se stesso e a suo modo ha fatto politica”.

Toscano mette anche in luce il rapporto piuttosto freddo e difficile tra Bartali e la dittatura fascista: contrariamente ad altri campioni dello sport, “assoldati” dal regime per esaltare le “glorie” dell’Italia fascista, Gino – che non prese mai la tessera del Pnf, ma che custodiva devotamente solo quella dell'Azione cattolica – non si prestò mai ad essere strumentalizzato, a costo di rendersi senz'altro più difficile la vita. La stampa controllata dal regime – cioè pressoché tutta – aveva infatti l’ordine di parlare e anche celebrare lo sportivo Bartali, ma mai di toccare la sua vicenda biografica e le sue scelte personali.

Fulcro del libro sono poi gli anni della promulgazione delle leggi razziali e della persecuzione nazifascista, che Toscano racconta diffusamente legando armonicamente la vicenda storica nazionale con quella biografica bartaliana. Non mancherà, dopo il periodo drammatico ed eroico della guerra, il racconto del legame e della rivalità di Bartali con il più giovane Fausto Coppi, un dualismo vero ma nel complesso leale, paragonato dall’autore a quello di De Gasperi e Togliatti o Peppone e don Camillo, simbolo di un’Italia divisa in due ma capace di riconnettersi quando arriva il momento di salvare un interesse più grande. Una lezione e un monito, certo, anche per l’Italia e gli italiani di oggi.

Alberto Toscano
Gino Bartali, una bici contro il fascismo
Baldini+Castoldi, pag. 2oo, euro 17

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