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Perdere tempo in tenerezze

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Cinema e media

Perdere tempo in tenerezze

La sola cosa che non si può comprare è il tempo. L’affermazione è ovvia, ma cruciale. Per Earl Stone lo è dolorosamente. A lui, più che ottantenne, l’ottantottenne Clint Eastwood presta il corpo smagrito, il volto scavato, i passi incerti. Questo è Il corriere – The Mule (The Mule, Usa, 2018), lo specchiarsi di un vecchio in un vecchio. E chissà, forse per fare come lui i conti con la vita.

Ispirato a un fatto di cronaca, il film diretto da Eastwood e scritto da Nick Schenk inizia nel 2005. La passione di Earl, già vecchio, sono i fiori. Li ama per la loro caducità. Vivono poche ore, dice, e in quelle poche ore sta una bellezza effimera, irripetibile. Li coltiva con una cura che non ha mai riservato alla moglie Mary (Diane Wiest) e alla figlia Iris (Alison Eastwood, a sua volta figlia di Clint). È un uomo solo, troppo preso a girare di gara floreale in gara floreale per accorgersene.

Dodici anni dopo, ancor più gravato dall’età, è costretto dai debiti a lasciare casa e serre. Monta allora su un furgone rugginoso e si presenta dalla nipote Ginny (Taissa Farmiga), prossima al matrimonio. Lei lo accoglierebbe, ma non così la moglie e la figlia. Un amico di Ginny gli dà però un recapito misterioso. Lì gli mettono un carico di cocaina sul furgone e gli dicono dove portarlo. I viaggi si moltiplicano, e ogni volta Earl può raddrizzare una parte pur piccola del mondo, ora ricomprando la casa, ora aiutando la nipote, ora rimettendo a nuovo una sede dei veterani di Korea. Lui stesso ha combattuto quella guerra, come sta scritto sulla targa del furgone, anche di quello nuovo su cui ora viaggia canticchiando. Intanto, la Dea, il dipartimento antidroga, tende la sua rete.

Mentre passano le immagini di The Mule, alla mente tornano quelle di Gran Torino (2008), al cui Walt Kowalski somiglia Earl, e anche quelle di Un mondo perfetto, non meno grande. Nei panni del ranger Red Garnett, in quel film del 1993 Eastwood tiene sotto la mira del suo fucile l’evaso Butch Haynes. Potrebbe sparare, ma abbassa l’arma. Ho ucciso troppo, dice, e sceglie la vita al posto della morte, la tenerezza al posto del virilismo.

Earl non uccide, ma conserva a lungo la durezza del Red “di prima”, di quello che, in buona coscienza, ha ucciso. Se la causa è giusta, si va diritti per la propria strada. Così fa un uomo. E così ha fatto lui, inseguendo un tempo la sua passione e ora l’illusione di pareggiare i conti con la vita a suon di dollari, comunque messi insieme. Quanto alla moglie, alla figlia e alla nipote, che aspettino. Sta combattendo la sua guerra, come in Korea. Non ha tempo per loro.

Il tempo, dunque, il tempo e la sua ovvietà cruciale. Verso la fine dell’avventura, Earl si trova di fronte a una scelta, forse l’ultima e certo quella decisiva. Troverà il tempo per la tenerezza e gli affetti? E con quale moneta lo pagherà, visto che il denaro non lo può? Come il Butch del 1993 e come il Walt del 2008, deciderà di usare la più grande delle monete, l’attenzione per gli altri. E lo perderà, il tempo. Ma più di una volta perderlo è il solo modo di guadagnarlo. Poi, senza virilismi, si assumerà la responsabilità che gli compete, anche di fronte a un giudice.

P.S. Alla moglie, alla fine ritrovata, Earl dice: «Solo chi ha 99 anni vuole arrivare a cento». E potrebbe aggiungere: «Chi ne ha cento, vuole arrivare a 101». Il tempo è il luogo effimero della bellezza. Conviene averne cura.

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