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Se la verità esiste sarà lei a trovarci

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Se la verità esiste sarà lei a trovarci

In una conversazione de I Demoni di Dostoevskij, Ivan Šatov pone a Nikolaj Stavrogin un quesito inquietante: «Ma non mi dicevate che se vi avessero matematicamente dimostrato che la verità è all’infuori di Cristo, avreste preferito restare col Cristo piuttosto che con la verità? Lo avete detto? Lo avete detto?». Angosciante domanda, qui nella traduzione di Eridano Bazzarelli; è il caso di aggiungere che lo stesso Dostoevskij, in una lettera a Natalija Dmitrievna Fonvizina del 1854, aveva già scelto Cristo (I Demoni usciranno in volume nel 1873).

Teologi e critici, tra i quali all’inizio del XIX secolo Akim L’vovič Volynskij, si sono posti il problema delle fonti del dilemma. Taluni indicarono la Vita di Lutgarda di Tongres, santa monaca fiamminga del XIII secolo, scritta da un suo familiare; ipotizzarono che il quesito fosse giunto a Dostoevskij attraverso san Dimitry di Rostov, morto nel 1709, autore di un’opera monumentale in 12 volumi, le Vite dei Santi, che lo scrittore ben conosceva. In questi tomi, però, ci si perde; si può dire che Dimitry esalta ciò che Ambrogio ricorda ad Agostino: non è l’uomo a trovare la verità, ma è la verità a trovare l’uomo. Per questo Dio si fece carne e calpestò la polvere della Terra.

Un percorso che richiede un’altra sosta. Dostoevskij ebbe come “livre de chevet” i Discorsi ascetici di Isacco di Ninive. In uno di essi si legge: «Senza conoscere la tentazione delle passioni non è possibile conoscere la verità. La tentazione è il luogo in cui noi conosciamo la verità». Che dire? Non pochi soggetti di Dostoevskij sembrano creati per dimostrare che in assenza di tentazioni l’amore di Dio non riesce a radicarsi nell’anima.

Isacco di Ninive ritiene che l’uomo sia messo alla prova dalla “verga spirituale di Dio”. Dostoevskij, desideroso di essere colpito dal celeste bastone, urla pensieri terribili per rompere il trascendente silenzio. Ne I fratelli Karamazov si chiede chi è assassino e trova questa risposta: «Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra….». Ne L’Idiota fa sussurrare al Principe Myskin: «Perché Signore i bambini muoiono?». Già, perché? Quali colpe commettono? Nemmeno Isacco risponde, tuttavia nel discorso 27 riflette tra l’altro sulla vita e scrive: «Muoio qui, ma non vedrò la vera morte, quella dell’anima». Perdere Dio equivale ad accettare trasgressioni e violenza, e per questo «metto a morte me stesso perché ho peccato».

Il passo con il numero 27 è nei Discorsi ascetici di Isacco di Ninive (o il Siro). Un’opera che ora, con testo greco a fronte (stabilito da Marcel Pirard), glossario, saggio introduttivo e apparato di note, è stata egregiamente curata da Maria Benedetta Artioli. Restituisce in un’edizione sicura un autore del VII secolo che si smarrì nell’amore di Dio e influenzò mondo bizantino e cultura russa, ma – nota la Artioli – «nemmeno il mondo latino è rimasto estraneo» alla sua forza. Franco Battiato lo cita in Mesopotamia, una canzone del 1989. Isacco, inoltre, non fu inserito nella Filocalia, ma la condizionò: è l’opera in cui si cerca di sperimentare la preghiera ininterrotta.

Egli cercò disperatamente di ricordare che Dio ama tutti, senza distinzione, che si è rivelato non per salvare l’uomo dal peccato ma per chetare quella sete d’amore «che arde per tutta la creazione». Meister Eckhart in uno dei suoi Sermoni disse: «Non si deve cercare niente, né conoscenza né scienza, né interiorità né devozione né pace, ma soltanto la volontà di Dio». Si può aggiungere altro? No. Perché, ripetiamo con Ambrogio, se la verità esiste, sarà lei a trovarci.

Discorsi ascetici

Isacco di Ninive

Edizioni San Clemente, Edizioni
Studio Domenicano, Bologna,
pagg. 1.120, € 49

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