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Auschwitz-Birkenau, la Memoria nella testa di 830 ragazzi

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il reportage

Auschwitz-Birkenau, la Memoria nella testa di 830 ragazzi

Cracovia, 11 febbraio. L’appuntamento è alle 6,15 del mattino al Monument of Military Proletariat. È ancora buio e fa freddo ma la tensione emotiva è forte: si parte per Auschwitz e poi per Birkenau. Sull’autobus H sono già seduti 40 ragazzi delle scuole superiori e dell’Università di Trieste, accompagnati da due professoresse e due tutor. Fanno parte degli 831 studenti provenienti da diverse regioni italiane e arrivati in Polonia due giorni prima su un treno speciale partito dal Brennero.

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Si chiama ProMemoria Auschwitz, questo progetto: coltivando – e onorando - la Memoria, contribuisce a costruire i cittadini di domani, consapevoli e dotati di spirito critico. Lo porta avanti Deina, un’associazione che nasce a Bologna nel 2013, si ramifica a Torino, Trento, ma coinvolge molte più regioni perché alla chiamata della memoria hanno risposto in tanti e le richieste aumentano di anno e anno.

La condivisione dell’esperienza parte proprio dal treno affittato per l’occasione: «Quattordici carrozze con le cuccette più un vagone “sociale” in cui ragazzi si conoscono, prendono un caffè. Incontrare gli altri è parte integrante del viaggio», spiega Francesco Filippi, 37 anni, presidente di Deina, una laurea in Storia e una carriera in banca interrotta proprio per questa impresa. Accanto a Francesco ci sono 12 fondatori, 120 tra tutor e volontari che accompagnano i ragazzi dopo un percorso di preparazione cominciato a novembre tra lezioni, film, letture che termina con la trasferta di febbraio. La scelta di partire subito dopo la Giornata della Memoria consente di «essere più vicino possibile al picco d’interesse che la ricorrenza sucita nell’opinione pubblica, in modo che le famiglie usufruiscano della lettura storica e civile di quel momento attraverso la tv e i media. Questo agevola i ragazzi», continua Filippi.

La tutor del pullman H si chiama Giorgia Kakovich, 24 anni, al quarto anno di Magistrale, poche parole e tutta sostanza. Con lei c’è Pietro Rabusin, 20 anni, iscritto a Economia. Contano i passeggeri, accertano che tutto sia a posto, poi Giorgia prende il microfono e dà alcune istruzioni: «Arriviamo ad Auschwitz tra un’ora e mezza, visitiamo il campo con una guida per noi, prendiamo un tè caldo. Prima di ripartire avremo un’ora di pausa per mangiare» (panini, yogurt, barrette di cioccolato).

Giunti quasi a destinazione, Giorgia ricorda a tutti dove ci troveremo di lì a poco, un luogo in cui «non si corre, non si mangia, non si fanno selfie, le fotografie vanno limitate il più possibile. So che siete intelligenti, non c’è bisogno che ve lo ripeta». Michele, lo incontriamo al nostro arrivo, è una delle sedici guide italiane di Auschwitz, è qui dal ’99, come tutti quelli che fanno il suo mestiere ha seguìto un corso ed è tenuto ogni anno ad aggiornarsi attraverso la lettura di materiale e testi. Superati i controlli di sicurezza, si para dinanzi quasi subito la scritta “Il lavoro rende liberi”: la famigerata frase che introduce al Lager. La lettura di un passo da Se questo è un uomo di Primo Levi precede la continuazione del percorso che durerà tre ore e in cui, avverte Michele, non bisogna «provare a immaginare, pensare di immedesimarsi, perché non è possibile». Ad Auschwitz (o meglio, ad Auschwitz 1), si entra nelle costruzioni di mattoni dove avveniva l’ignominia, di cui sono rimasti i segni: la montagna di capelli tagliati alle donne che venivano mandati nelle fabbriche; il cumulo di scarpe; le creme e le spazzole; decine e decine di contenitori di Zyklon B, il veleno immesso nelle camere a gas; si vedono gli spogliatoi, dove gli ebrei e gli altri prigionieri (come sinti e soldati russi) dovevano denudarsi prima di finire sotto le docce; c’è il punto di raccolta per l’appello, durava ore e ore al mattino presto, e chi non resisteva al freddo che toccava anche i 40 gradi sotto zero (mentre l’ufficiale nazista chiamava uno a uno dalla sua torretta riscaldata) veniva ammazzato. «La macchina della morte era veloce, doveva esserlo, tanto che a un certo punto non vennero più usati i forni crematori, si perdeva troppo tempo», spiega Michele. «Vedete le bambine in questa foto? Sono due sorelle sulle quali il dottor Mengele ha fatto i suoi esperimenti. E chi era Mengele, un pazzo? No, era un medico e anche preparato. Tutto quello che è accaduto qui dentro non è stato il frutto della follia ma di una precisa e meditata scelta. Lei – prosegue la guida indicando Eva Mozes Kor, una delle due piccole vittime – è ancora viva, e quando torna qui, sta seduta accanto alla sua foto, per ore dice a chiunque arrivi “questa sono io”».

È vero, è inimmaginabile, però mentre si cammina in un luogo che è esattamente come è stato ritrovato il 27 gennaio del ’45, salvo il filo spinato, in parte ricostruito, e si ascolta nelle cuffie il racconto della guida, è inevitabile visualizzare la non vita di queste persone, l’80% delle quali è destinato a morte immediata, il restante 20 alla disumanità dei nazisti. Erano state previste addirittura delle celle, sotto terra, la cui funzione era dissuasiva: non provate a scappare, non sognate di ribellarvi, finite nella prigione del soffocamento o in quella in cui si muore di fame e di sete.

I ragazzi ascoltano attenti, una studentessa ha una crisi di pianto dopo la sosta nella stanza dei bambini (arrivati qui in 232mila, di cui 216mila ebrei, ne sopravvivono 650,) assistita da una tutor. Quando si esce, il pensiero del tè caldo malgrado tutto è confortante, ci sono dei volontari di Deina che lo porgono.

Una parte dei ragazzi in visita ad Auschwitz -Birkenau. Foto di Karim El Maktafi -Associazione Deina

Birkenau dista da Auschwitz 1 dieci minuti di autobus. Si entra e non se ne vede la fine. Baracche femminili da un lato (dove fu portata anche Liliana Segre), maschili dall’altro, gli spogliatoi, le docce, le camere a gas, i resti dei forni crematori che i nazisti fecero saltare in aria prima di lasciare il campo. Anna Paro, 22 anni, studentessa di Chimica e tecnologia farmaceutiche, chiede incredula «ma come fanno i negazionisti, di fronte a prove così evidenti?». Michele risponde che ogni pretesto è valido, per questo bisogna essere rigorosi: «Quanti ebrei sono morti ad Auschwitz? Non lo si può dire con certezza, tra 1.300.000 e 1.500.000. Se si dice quattro milioni, come alcuni fanno, è sbagliato».

Piove, le distanze sembrano più lunghe, ci si destreggia con il fango che riempie tutto. Francesca Senn, 20 anni, iscritta a Medicina, rievoca la manifestazione di protesta del gruppo di estrema destra polacca nel giorno della Memoria «che contestava la mancanza di considerazione per le vittime nazionali. A me non sembra, c’è molta cura e rispetto per tutti», dice. L’osservazione di Francesca porta ad allargare lo sguardo alla Polonia di oggi e alle polemiche che sono scoppiate in seguito alla Legge sull’Olocausto approvata esattamente un anno fa, che inizialmente riteneva un reato punibile con il carcere chi usava espressioni quali “campi di concentramento polacco” o chi sottolineava la complicità di cittadini polacchi nella Shoah. Poi la legge – dopo le sollevazioni di Israele, degli Stati Uniti e di molte voci delle comunità ebraiche internazionali - è stata modificata. Stefan Bielansky, professore di Storia delle dottrine e del pensiero politico all’Università Pedagogica di Cracovia, spiega che «il provvedimento è entrato in vigore il 14 luglio scorso, dopo l’abolizione dell’articolo 55 (quello “incriminato”, ndr)». Il professore aggiunge, tuttavia, che la questione «tocca un nervo scoperto per la nostra popolazione, indipendentemente dal colore politico: ci si sente trasformati in colpevoli quando per primi si è stati vittime della doppia, feroce occupazione tedesca e sovietica».

Durante il viaggio di ritorno si sentono la stanchezza e il peso emotivo di quanto si è vissuto. Nell’assemblea plenaria dell’indomani pomeriggio, gli 831 giovani viaggiatori raccolti nell’auditorium dell’Uniwersytet Jagielloński si confrontano e discutono, sollecitati dalle domande dello staff di Deina. Un momento che segue un dibattito più intimo fatto al mattino, all’interno di ciascun gruppo. Le professoresse del gruppo H, Tullia Catalan (docente di Storia dell’ebraismo e Storia contemporanea) e Roberta Nunin (Diritto del Lavoro), sono entusiaste dell’esperienza fatta dai loro ragazzi che arrivano dai dieci dipartimenti dell’università di Trieste, da Chimica a Giurisprudenza, da Medicina a Ingegneria. L’ateneo ha finanziato l’iniziativa con circa 14mila euro, i partecipanti hanno speso 150 euro a testa (in altri casi l’aiuto è arrivato dai Comuni o da altri enti). «Abbiamo cominciato a novembre con un ciclo di lezioni sull’Europa di inizio Novecento, i pogrom della Prima guerra mondiale, il fascismo, le leggi razziali, il nazismo, esaminando la situazione nella nostra area di confine», racconta Catalan. «Si trattava di incontri quindicinali, che non interferissero con gli obblighi scolastici dei ragazzi», aggiunge Nunin. Prima di Cracovia, la visita alla Risiera di San Sabba. Adesso si pensa già all’anno prossimo, per altri futuri cittadini.

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