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Bibi Netanyahu, il guerriero della sicurezza

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Lettera da Gerusalemme

Bibi Netanyahu, il guerriero della sicurezza


Nel 1996.  Un etiope ebreo (un «falasha)  nella campagna che portò Netanyahu  a fare  il premier, 23 anni fa
Nel 1996.  Un etiope ebreo (un «falasha) nella campagna che portò Netanyahu a fare il premier, 23 anni fa

«Chi c… si crede di essere quello? Chi è qui la fottuta superpotenza?», gridò esasperato Bill Clinton, appena Benjamin Netanyahu uscì dallo studio ovale. Era il luglio 1996, l’israeliano era appena diventato premier e il presidente si aspettava che confermasse l’adesione agli accordi di Oslo con i palestinesi, lasciati in eredità da Rabin e Peres. Bibi invece tenne una lezione interminabile sulla storia del popolo ebraico, l’Olocausto, la sicurezza d’Israele e la pericolosità degli arabi.

Gli israeliani la chiamano hasbara. Letteralmente significa spiegazione ma è qualcosa di più complesso: è una forma radicale di public diplomacy, determinata, a volte ossessiva, in qualche caso minacciosa, di vendere le ragioni d’Israele. Ministri, diplomatici e giornalisti passati per Gerusalemme ne sanno qualcosa. Di questa forma d’arte politica Netanyahu è ininterrottamente dal 1975 un interprete irrefrenabile.

Il sionismo politico, scrive Anshel Pfeffer nella nuova e più completa biografia dedicata a Bibi, è «diviso fra coloro che credono nella cooperazione con la comunità internazionale e cercano un accomodamento con gli arabi; e quelli convinti che gli ebrei debbano perseguire risolutamente il loro interesse nazionale senza essere dissuasi dalle opposizioni locali o dall’opinione internazionale. La questione è rimasta la principale linea di faglia della politica israeliana». Come è facile sospettare, Netanyahu appartiene fermamente al secondo campo, oggi chiamato “nazional-religioso”. Sebbene un corretto uso dell’hasbara a volte lo costringa a un certo mimetismo diplomatico.

Non c’è città che interpreti questo volto d’Israele, ora predominante, quanto Gerusalemme. Non tanto perché è la capitale dello stato degli ebrei, quanto per le profonde divisioni che percepisce con profondo disagio chiunque superi un soggiorno di due settimane. C’è la divisione fra israeliani e arabi; fra ebrei fondamentalisti e laici; fra palestinesi di Fatah e di Hamas, fra arabi musulmani e cristiani; fra cristiani delle sette diverse. Se non si è incaricati di una missione, come sicuramente sente di essere Netanyahu, vivere a Gerusalemme è proibitivo, nonostante la evidente bellezza del luogo e la maestosità del suo cielo.

Inglese e Israeliano, affermato commentatore del quotidiano «Ha’aretz», di «The Economist» e di altri giornali britannici, Anshel Pfeffer appartiene al campo avverso a quello di Netanyahu. Ma il racconto è molto equilibrato, influenzato più dalla tradizione anglosassone che da quella israeliana. Del resto è innegabile che una semplice scorsa al curriculum di Bibi Netanyahu dimostri che l’israeliano, mistificatore politico e antesignano del sovranismo europeo, sia anche una personalità straordinaria. Master in business management al Mit; combattente nella più elitaria delle unità, le Sayeret Matkal delle quali era ufficiale: dopo 20 missioni segrete e pericolose avrebbe potuto diventarne il comandante («dimostrava un quasi fanatico livello di forma fisica»); una carriera ai vertici militari se, tornato in America e lavorato alla Boston Consulting Group, non fosse stato attratto dalla politica e dall’hasbara; ambasciatore all’Onu a 35 anni, leader del Likud a 43, premier a 45: quattro volte primo ministro, tre consecutivamente per 10 anni complessivi.

Chi oggi scrivesse una storia d’Israele, dovrebbe porre Netanyahu dietro solo a David Ben Gurion e Shimon Peres (che non ha mai vinto un’elezione ma ha dato l’atomica a Israele, cambiato l’economia, modernizzato le forze armate, costruito gli insediamenti e promosso la pace). Ma prima di Rabin, Dayan e Sharon. Nel bene e nel male: anche se ad aprile non sarà eletto per la quinta volta ma incriminato per corruzione. «Netanyahu aveva molte cose in comune con la sinistra», scrive Pfeffer. «Educato, cosmopolita, laico. Forse parte dell’ostilità verso di lui è dipesa dalle similitudini e, nonostante questo, dalla sua scelta ideologica per l’Altro Israele».

Benjamin Netanyau detto Bibi è nato a Tel Aviv, appunto la più cosmopolita delle città d’Israele, il 23 ottobre 1949. È stato dunque anche il primo leader del Paese nato dopo l’indipendenza. Ma per spiegare il personaggio e le ragioni delle sue scelte politiche, Pfeffer risale a Natan Mileikovsky, il nonno paterno, nato in Bielorussia ed emigrato in Palestina nel 1920: giornalista e polemista, firmava i suoi articoli col nome di Netanyahu, «dato da Dio». E ancor più a suo figlio Benzion, il padre di Bibi. Entrambi revisionisti e religiosi, opposti alla corrente principale socialista e laica del sionismo. Grazie alla decisione del padre di trasferirsi per la sua carriera accademica, Bibi ha vissuto negli Stati Uniti fin quasi ai 40 anni. Al college a Filadelfia si faceva chiamare Ben Nitay: Netanyahu era troppo difficile da pronunciare. Raggiunta la maggiore età, Ben tornò in Israele per arruolarsi nei reparti speciali, compiere missioni segrete (delle quali non si è mai vantato), per poi tornare in America a proseguire gli studi. Salvo partire ancora, combattere la guerra del 1973 e tornare di nuovo a Boston a fare l’uomo d’affari. «Bibi sviluppò una capacità camaleontica di adottare a comando un’immagine americana o israeliana».

La svolta fu nel 1975, a 25 anni, quando Colette Avital, nuova console israeliana a Boston, ne capì le potenzialità «con quella combinazione di forze speciali, accento americano e aspetto pulito». Fu un successo clamoroso: Bibi diventò l’invitato conteso da tutti i talk show d’America per spiegare i diritti d’Israele. Nella sua hasbara avevano un’interpretazione piuttosto rigida e ignoravano i palestinesi: Netanyahu tendeva più a imporre opinioni che a spiegarle. Ma il successo fu clamoroso per lui e per Israele. «In una scala da 1 a 10, come ospite Bibi vale 8», disse una volta Larry King della Cnn. «Se avesse senso dell’humor, sarebbe 10». Solo quando fu assunto all’ambasciata israeliana a Washington come portavoce, Bibi fu costretto a rinunciare alla cittadinanza americana. Poi divenne ambasciatore e la carriera di Bibi l’israeliano non si è più fermata.

Appena diventato premier nel 1996, Netanyahu licenziò dal ministero degli Esteri Colette Avital: era una ferma sostenitrice di Oslo. Contro la filosofia di quell’accordo, secondo la quale la pace è portatrice di sicurezza, Bibi avrebbe dedicato la sua vita, spiega Pfeffer: «Avrebbe sempre insistito che solo la sicurezza, alla fine, avrebbe portato la pace». Al momento il risultato è l’assenza della pace e della piena sicurezza.

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