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Quello che resta dei latitanti: una città di lapidi. Viaggio…

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LA MEMORIA

Quello che resta dei latitanti: una città di lapidi. Viaggio nell’altra Milano

La mappa di Milano con i luoghi dove sono stati compiuti gli omicidi pianificati da elementi dell'eversione di sinistra e di destra durante gli Anni di Piombo
La mappa di Milano con i luoghi dove sono stati compiuti gli omicidi pianificati da elementi dell'eversione di sinistra e di destra durante gli Anni di Piombo

È successo proprio qui. Qui dove ora una Lancia è parcheggiata sul marciapiede. L'autobus fa il pieno di passeggeri e la città cede il passo alla periferia. È successo qui, dove una mano pietosa ha lasciato fiori freschi e un biglietto: «Ora puoi stare in pace nel paradiso degli eroi». Una donna allontana la sigaretta e si fa il segno della croce. Un rider, con la pizza da consegnare, volge uno sguardo distratto; un pensionato scuote la testa e da un'auto, ferma al semaforo, arrivano note di musica dance. Ma il trambusto della metropoli è un sottofondo che non penetra il silenzio intorno al sorriso in bianco e nero di questo ragazzo di altre stagioni.

Sono in via Modica, a Milano, davanti alla lapide di Andrea Campagna, agente Digos, che in questo punto fu ucciso il 19 aprile di quel 1979 che in Italia segnò il culmine della lotta armata. E riempì la città di pietre, in memoria dei caduti. Qui non ci sono telecamere accese, guardie del corpo o dichiarazioni in diretta, come nei giorni del rientro in Italia del terrorista che sparò alle spalle di questo ventenne, Cesare Battisti. Qui c'è solo il viso di un giovane di quarant'anni fa a consegnare ai passanti la responsabilità della memoria.

È un viaggio in una storia ancora contesa e sofferta, quello che è possibile percorrere attraverso le lapidi della città. Capitoli di una stagione tuttora aperta. Perché in giro per il mondo ci sono almeno altri trenta uomini e donne che non hanno mai pagato per i loro crimini, latitanti di cui l'Italia sollecita l'estradizione (a cominciare dai 14 nomi collocati in Francia, dove tra gli altri vive Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi). E perché «se la consegna di chi è responsabile di tante morti aiuta a superare il dolore, non basta prendere tutti, per pensare di ripartire da zero», riflette Alessandra Galli, figlia del giudice caduto sotto il fuoco brigatista: «Serve rileggere la devastazione di quegli anni, senza giustificazioni. E consegnare una verità senza schemi».

Di sicuro, il marmo freddo delle epigrafi ogni giorno prova a contrastare l'effetto rovinoso del tempo. Ripetendo nomi di poliziotti, magistrati, giornalisti, operai, la cui memoria rischia di dileguarsi, schiacciata pure dalla notorietà di chi li ha invece uccisi. Qui, alla Barona, tutti sanno chi è Battisti. Tra questi palazzoni, qualcuno ricorda anche i tempi del collettivo, frequentato dal leader dei Proletari armati del comunismo, che in quello stesso 1979 lasciò la sua firma di sangue anche in un'altra periferia industriale di Milano, la Bovisa, dove fu ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani e in un borgo del veneziano, Santa Maria di Sala, dove i Pac ammazzarono il macellaio Lino Sabbadin. Un messaggio del figlio, Adriano, mi informa della commemorazione unica delle tre famiglie, voluta per questo quarantennale di catture, lacrime e buone intenzioni.

Tra queste stradone non ancora troppo cementificate e avvolte da un nebiun ormai raro, la lontananza del presente sembra avvertirsi di meno. Ma quanto e cosa di quegli anni di bombe, morti ammazzati, lenzuoli stesi e plotoni serrati è rimasto imbrigliato nella memoria degli abitanti di oggi? Se in tanti hanno almeno sentito qualche volta il nome di Barbara Balzerani o di Mario Moretti, capi storici delle Brigate Rosse, quanti sanno chi erano Michele Tatulli, Rocco Santoro e Antonio Cestari, caduti sotto il fuoco del loro mitra? Il dubbio mi tormenta, mentre mi sposto di neanche un chilometro verso via Schievano. Qui dove altri angioletti svolazzano, nella loro immobilità, intorno alle facce di tre poliziotti, trucidati in uno degli attentati più oscurati. Forse non è vero, come è scritto nella pietra, che «il tempo non potrà cancellare la tragedia di quel giorno». Questo vale di sicuro per i cuori di chi li ha amati, ma in quelli del resto del Paese, sopravvissuto grazie anche al loro sacrificio? La domanda, ossessiva come un senso di colpa, mi tornerà in mente altre volte, in questa via crucis che tocca la periferia quanto il centro di Milano.

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