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Addio ad Andrea Emiliani, lo storico che ci ha insegnato ad amare l’arte


Andrea Emiliani, morto oggi a 88 anni, è stato Soprintendente ai Beni artistici e storici di Bologna, Ferrara e Romagna e direttore della Pinacoteca nazionale di Bologna. Nato in Romagna e formatosi, a Bologna, al magistero di Roberto Longhi e di Francesco Arcangeli, è stato poi avviato alla carriera funzionariale da Cesare Gnudi. Ha insegnato discipline storico-artistiche presso l'Università di Bologna dal 1970 ed ha tenuto cicli di conferenze nelle principali università italiane. Accademico dei Lincei, ha ricevuto nel 1992 il premio per la critica d'arte del Ministero per i beni e le attività culturali nel 1992. Fra i suoi scritti principali, oltre ai lavori sui grandi maestri della pittura bolognese in età moderna, il saggio Una politica dei beni culturali (Einaudi, 1974), che si può considerare un autentico manifesto dell'idea di patrimonio nell'Italia repubblicana.

Emiliani è stato poi fra i fondatori dell'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna, un unicum nel panorama amministrativo italiano. Ne raccontava egli stesso la genesi, in un articolo del 2011:

«Nell'anno 1974 il primo presidente della Regione [Emilia-Romagna], Guido Fanti, valutò positivamente e anzi incoraggiò molto la discussione che era in corso tra noi, e cioè tra Pier Luigi Cervellati, Giuseppe Guglielmi, Lucio Gambi e chi scrive. In anni precedenti, mentre Fanti e Cervellati varavano il piano per la collina e il centro storico di Bologna, esattamente nel 1969, io come giovane ispettore delle vecchie Belle Arti avevo messo in piedi una specie di convegno itinerante di giovani che periodicamente si avventuravano sulla montagna bolognese. Il compito era, secondo la nostra parola d'ordine, “conoscere per conservare” e anche il suo rovescio “conservare per conoscere”. Si trattava, naturalmente, del patrimonio della memoria storica e artistica, nonché della cultura delle comunità. La formazione dei Comprensori come organismi di una politica di piano era in corso, e anche quella dei Consorzi di Pubblica Lettura. Senza distinzioni politiche o di appartenenza ideologica abbiamo camminato molto per l'Appenino. In realtà, il fine di questi nostri itinerari era quello che, come farà in modo molto più serio l'IBC, ci garantiva la conoscenza dei
problemi dei beni culturali (e cioè dei veri capitali di comunità e di libero possesso pubblico): i boschi, le antiche bellissime architetture, i fiumi, il patrimonio della chiese parrocchiali sparse sulle strade di vetta, antiche vie di comunicazione. E soprattutto il paesaggio come massimo patrimonio di ognuno di noi. Dalla cultura libera di quegli anni, e con l'attenzione rivolta ad un bene comunitario e collettivo come sono i beni culturali, nacque molto forte l'IBC, con uno statuto pubblicato dall'editore Einaudi, che si proponeva di fornire consulenza e collaborazione alle giunte comunali di tutta l'Emilia per ogni necessaria conoscenza dei problemi. Fu un sogno, com'è facile immaginare, il compito era immenso. Però l'iniziativa di molti amministratori si alleò a queste possibilità».

Andrea Emiliani, protagonista della stagione in cui le Regioni a statuto ordinario, da poco costituite, strutturavano una propria identità, aveva immaginato per l'Emilia-Romagna una funzione pilota. Essa avrebbe dovuto, quando ancora a Roma non esisteva un Ministero per i beni culturali, dar vita ad un Istituto apposito, in grado non solo di dedicarsi al censimento del patrimonio in mano agli enti locali e alla sua conservazione, ma anche all'allargamento della platea stessa dei “beni culturali” oggetto di analisi e di tutela. D'accordo con Lucio Gambi, geografo e figura indimenticabile di quegli anni (entrambi figuravano fra gli attori del progetto einaudiano della Storia d'Italia), egli guardò quindi al territorio, alle tracce di civiltà restituite dalle arti cosiddette minori non meno che dalle cuspidi della grande tradizione artistica; alle emergenze architettoniche dei borghi e della collina in via di abbandono così come al tessuto dei centri storici. Un'attenzione continua, permanente, tenace allo spazio antropico sedimentatosi in manufatti che col tempo avevano mutato statuto, trasferendosi dall'attività umana ad una memoria culturale da salvare e difendere: questo il suo insegnamento. Uomo d'altri tempi, di strepitosa erudizione e di solida educazione classica, eppure aperto alle tecniche e alle innovazioni, ha attraversato un lungo tratto della storia del nostro Paese, imprimendovi, sotto il profilo culturale, un segno indelebile. Lascia agli italiani che hanno a cuore il nostro patrimonio un'eredità immensa e una grande responsabilità morale.

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