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Il grido delle bambine siriane

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#zeroimpunity La denuncia del Fifdh di Ginevra

Il grido delle bambine siriane


Stupro, crimine perfetto. Nora, 11 anni, stuprata e imbottita di ormoni in Siria, è uno dei personaggi reali ma raffigurati tramite disegni del documentario «Zero Impunity» di Nicolas Blies e Stéphane Hueber-Blies
Stupro, crimine perfetto. Nora, 11 anni, stuprata e imbottita di ormoni in Siria, è uno dei personaggi reali ma raffigurati tramite disegni del documentario «Zero Impunity» di Nicolas Blies e Stéphane Hueber-Blies

Nora ha 11 anni quando la portano via da casa nei pressi di Dar’a, città del sud della Siria sollevatasi sperando nella Primavera araba e riconquistata dall’armata siriana nell’estate scorsa. Venuti a cercare suo padre, i soldati prendono la bambina al suo posto. La rilasciano solo 45 giorni dopo, quando il padre si consegna per non fare più ritorno. «Era irriconoscibile - racconta la madre -. Dimostrava 25 anni». Su di lei hanno commesso «il crimine radioattivo», come viene definito in Zero Impunity (2019), film di Nicolas Blies e Stéphane Hueber-Blies, presentato al Fifdh, il 17° festival del film e forum internazionale sui diritti umani che si tiene ogni anno a Ginevra in concomitanza con il Consiglio dei diritti umani dell’Onu.

Nora piange quando finalmente, mesi dopo, il bus su cui viaggia con la madre oltrepassa il confine della Siria. Riesce per la prima volta a raccontare quel che le hanno fatto. Iniezioni giornaliere di ormoni e poi lo stupro, o gli stupri. Nora non lo sa perché dice che quando l’hanno violentata la sua anima se ne era andata. Quel che è accaduto a lei sta accadendo ai bambini su tutto il territorio siriano: finché i genitori non si consegnano prendono le figlie, le violentano e le torturano. Impossibile stabilire ora quante siano le vittime, ma le testimonianze raccolte dalle Ong e dall’Onu sono centinaia. Ci sono mille minori solo nella prigione di Aleppo, racconta l’ex-direttore, ammettendo le violenze.

Lo stupro è un’arma di guerra che, come una sostanza radioattiva, continua a dispiegare i suoi effetti anche molto tempo dopo che è stato compiuto. Rode la vittima dall’interno e distrugge i suoi legami con la società. La donna violentata è rifiutata dalla famiglia, dal marito, dalla sua comunità. I figli additati come bastardi. I villaggi, dove si sono verificati gli stupri, stigmatizzati: nessuno vuole più stringere matrimoni con gli abitanti. Le conseguenze si trasmettono per generazioni.

Dopo che l’anno scorso il Fifdhaveva sollevato il velo sulle violenze sessuali sistematiche in Libia, soprattutto sugli uomini, con il documentario Libye - Anatomie d’un crime della giornalista franco italiana Cécile Allegra, nell’edizione chiusasi domenica scorsa la rassegna è tornata, con questo film, a denunciare il crimine invisibile, il crimine perfetto perché rinchiude chi lo subisce nel silenzio. Lo fa attraverso un reportage che usa i cartoni animati per non costringere le vittime a diventare icone della loro condizione.

Il film, parte del più ampio movimento #zeroimpunity che mira fra le altre cose a cambiare le regole internazionali e nazionali e a liberare le vittime dalla sofferenza del silenzio e dell’incomprensione, non si limita a documentare l’inferno siriano, ritratto anche dai coraggiosissimi reporter di Still Recording, Ghiath Ayoub e Saeed Al Batal, che per quattro anni hanno registrato in presa diretta la vita dei resistenti nel Ghouta orientale. Racconta anche dell’Ucraina e della Russia, delle violenze sui due fronti commesse sulle donne del Paese nemico, dell’impossibilità, in situazioni di guerra, di denunciare i crimini se non alla Corte penale internazionale, che però molto raramente si occupa di stupri. Oltretutto questa non può giudicare cittadini di Paesi come gli Usa o la Cina che non ne fanno parte: ecco dunque il caso delle violenze anche sessuali avallate dagli statunitensi a Guantanamo o nella prigione irachena di Abu Ghraib. Un tribunale competente e funzionante c’è nel caso degli stupri denunciati da 41 bambini della Repubblica Centrafricana ad opera dei soldati dell’operazione Sangaris: è quello francese, eppure dal 2014 a oggi non c’è stata alcuna condanna.

Zero Impunity rifiuta poi che gli aggressori si difendano asserendo in alcuni casi il consenso delle vittime: impone di distinguere tra la vera prostituzione e quella “di sopravvivenza”, quella che avviene quando non c’è scelta, quando i bambini e i giovani si vendono in cambio di cibo o generi necessari a restare in vita e chiede ad alta voce che siano cambiate alcune regole dell’Onu che danno priorità all’investigazione interna sui funzionari, allungando i tempi della giustizia per crimini sempre più difficili da provare man mano che il tempo passa.

Il festival, che ha debuttato l’8 marzo scorso in una Ginevra in cui le donne marciavano dietro a striscioni femministi denunciando una collera crescente, ha toccato con diversi film e dibattiti il tema della violenza sulle donne e della loro discriminazione e ha assegnato il Grand prix de Genève proprio a uno di questi: Delphine et Carole, insoumuses di Callisto Mc Nulty, nipote di Carole Roussopoulos che ha deciso di raccontarne le lotte femministe negli anni ’70 insieme alla famosa attrice Delphine Seyrig.

Molto interessante la discussione che ha seguito la proiezione del documentario A dark place (di Javier Luque Martinez) sugli attacchi via internet alle giornaliste che - già in minoranza e discriminate - si trovano a far fronte a una duplice aggressione: quella verso la stampa e quella verso le donne. Attacchi dunque alla pluralità e alla democrazia che portano diverse donne a lasciare la professione o a evitare gli argomenti più controversi (secondo l’Ocse nel mondo il 63% delle reporter è stata minacciata o molestata online). La giornalista francese Nadia Daam, quella azera Arzu Geybulla e la pakistana Kiran Nazish, fondatrice della Coalition for women in journalism, hanno raccontato come siano state perseguitate su internet e non solo, da gruppi organizzati di uomini che le sommergevano di ingiurie sessiste e di minacce di stupro e di morte in seguito ad articoli, alcuni in difesa delle donne. Sono frequenti in tutto il mondo, ha spiegato Nazish, attacchi coordinati contro le giornaliste da parte di branchi di uomini, a volte non lettori ma colleghi, come nel caso della «Ligue di Lol» che, scoperta, ha avviato in Francia il licenziamento di diversi redattori in posizioni di comando in importanti giornali. Nazish ha anche sottolineato come nei paesi più tradizionalisti vengano fatti fotomontaggi a sfondo sessuale, per esempio con il viso delle giornaliste e il corpo di una donna nuda (è accaduto a Geybulla), e vengano diffusi online in modo da isolare e umiliare le repoter davanti ai loro genitori e al loro entourage. Fondamentale, nel caso di attacchi online, dice Nazish, è che si crei una rete di sostegno che difenda pubblicamente la vittima controbilanciando i messaggi di odio con quelli di solidarietà.

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