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«Topolino», gli intellettuali e la battaglia per la pari…

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la polemica

«Topolino», gli intellettuali e la battaglia per la pari opportunità della cultura pop


I fatti. Qualche giorno fa, nel giro di poche ore, per una pura coincidenza, vari politici e intellettuali di sinistra citano scherzosamente e en passant il giornale Topolino o i suoi personaggi. Il neo-segretario del Pd Zingaretti opina che «La flat tax è una teoria da Paperon de Paperoni»; Cacciari sbotta: «Se la gente avesse letto più libri oltre a Topolino…»; Calenda si chiede se tra i molti libri di cui parla un avversario politico riferendosi a una preparazione solida sia incluso anche Topolino.

Apriti cielo. I redattori della rivista insorgono e deplorano il fatto che il loro giornale, su cui son cresciute generazioni d'italiani, venga sistematicamente vilipeso dai politici. Una paginata del Foglio propone un ritratto in piedi – peraltro ben scritto – di questo monumento letterario che è Topolino, oggetto di studi filosofici nientepopodimeno che di Giulio Giorello. Intellettuali televisivi e starlette delle reti sociali fanno a gara nel ricordare che Topolino è un rappresentante tra i migliori della nostra cultura attuale, una scuola di buona lingua (mai un refuso!), una galleria di classici rivisitati (chi non ricorda la Divina Commedia rivissuta da Topolino?).

Tito Faraci, storico autore italiano di Topolino, inquadra il problema sul Fatto Quotidiano: quella veicolata da Topolino è la «cultura popolare» nei confronti della quale le élites del Paese mostrerebbero una spocchiosa sufficienza, relegandola ai margini di un'Italia «bacchettona, attaccata ad una visione serissima delle cose». Ecco, su questo – forse – c'è da discutere. E siccome non so se Topolino intenda dedicare al problema uno dei suoi approfonditi dossier d'inchiesta, provo a lasciare qui qualche appunto.

L'eroica battaglia mirante a dare ai prodotti della cultura pop pari dignità rispetto a quelli della cultura libresca dura ormai da molti decenni, e non credo possa considerarsi allo stadio denunciato da Faraci, la cui immagine dell'Italia assomiglia a quella di un severo Paese calvinista – o comunista – d'altri tempi in cui stento davvero a riconoscerla.

Nel 1977 un rappresentante della cultura libresca, Cesare Cases, immaginava – pensando di fare della fantascienza – un'Italia del 2020 in cui le Facoltà umanistiche sarebbero state ridotte a un'unica Facoltà di Scienze Umane e Sociali con «quattro materie obbligatorie: fumettologia, pubblicità, cosmetica e scienza del petting». A dire il vero, non siamo troppo lontani da questo brillante risultato, se appunto Topolino e in generale i prodotti della cultura pop rappresentano ormai l'oggetto di innumerevoli pubblicazioni scientifiche, di decine di corsi universitari e insomma di una pletora di prodotti che poi sono quelli che alimentano l'idea, sempre più largamente diffusa, delle facoltà umanistiche come luoghi dell'entertainment dissimulato.

Nessuno – nemmeno, credo, fra gli istruiti politici che lo citano scherzosamente – pensa che Topolino sia un vettore di valori negativi o di colpevole incultura. Semplicemente, chiunque sappia andare al di là della vieta contrapposizione tra cultura pop e cultura libresca sa che Topolino – come qualsiasi prodotto della sua filiera – rappresenta una versione legittimamente semplificata e banalizzata dei contenuti più complessi, proprio come la versione topesca della Commedia non è, semplicemente, la Commedia di Dante. Per cui citare Topolino come esempio di superficialità non significa metterlo alla gogna.

Significa solo ricordare che dietro ogni ragazzino che legge (giustamente) un fumetto dovrebbe esserci un adulto che lo invita a leggere anche un buon libro (o che altro intendeva dire Cacciari, da cui per una volta è davvero difficile dissentire?). È chiaro: una società che cresca solo sulla lettura di Topolino non potrebbe essere considerata matura. Così come l'esaltazione di una cultura pop contemporanea equiparata a quella più complessa, più approfondita o più distante da noi (insomma più difficile) espone a un equivoco culturale, anzi a un rischio.

Umberto Eco, grande difensore della cultura pop quando quest'ultima non saliva ancora sulle cattedre universitarie, se ne rese conto solo alla fine della sua vita: a furia di contrapporre il superficiale all'approfondito, il primo prende il posto del secondo. E il secondo si perde definitivamente in mezzo ai like e ad applausi molto pop(ulisti). Che è poi esattamente il punto a cui siamo.

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