Cultura

Boldini, maestro d’eleganza

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mostra a ferrara

Boldini, maestro d’eleganza

Nella sua lunghissima carriera, Boldini è stato un vero dominatore della scena artistica tra due secoli. Artista fecondo e versatile, ha attraversato e interpretato stagioni diverse, cambiando genere e stile, sino ad approdare a quella elegantissima cifra del ritratto mondano cui si deve lo strepitoso successo internazionale, la solidità delle sue quotazioni sul mercato e quella affezione da parte del pubblico che non lo ha mai abbandonato, anche quando la critica lo liquidava come un abile mestierante senz’anima, più un brillante couturier che un pittore. I primi a non perdonargli il successo in quella scena parigina, in cui al contrario di lui non erano riusciti ad inserirsi, furono gli antichi amici Macchiaioli che lo considerarono semplicemente un traditore. Ha fatto eccezione colui che dei suoi brillanti esordi fiorentini era stato un testimone, il grande Diego Martelli, sodale di Degas e ammiratore degli Impressionisti. Il suo genio camaleontico e imprevedibile gli era sempre piaciuto. Continuerà ad apprezzarlo e a rimanere sedotto dal suo virtuosismo, anche quando diventerà interprete di un mondo alla rovescia dove i valori non contano più. Quello di Martelli era un «avvertimento agli italiani per capire che Parigi non è poi il paese tipo dove il merito sia più che altrove apprezzato, ma è il paese che copre di brillanti e di carezze una attrice, paga un quadro a Tizio centomila franchi e ne rifiuta un altro a Caio che potrebbe avere per venticinque, senza stabilire altro criterio alla enorme differenza all’infuori di quello della Moda, l’unica vera padrona di questo pazzo cervello del Mondo».

Alla fine degli anni Ottanta sulla popolarissima «Illustrazione Italiana» Boldini veniva segnalato come «un grande artista italiano, all’apogeo della sua carriera, celebre a Parigi, Londra, New York, le cui tele sono ricoperte d’oro», ma pressoché sconosciuto nel suo paese d’origine dove non aveva più esposto un’opera. Né si era curato più di tanto che si parlasse di lui. Era infatti tutto concentrato a proporre la sua nuova maniera in una ribalta cosmopolita dove aveva riversato una produzione anche quantitativamente prodigiosa. Tanto che risultava «difficile – osservò un critico – enumerare» le sue opere o stabilire la loro ubicazione, dato che a «Londra, a Nova York, a San Francisco non c’è galleria di grido che non abbia dei suoi paesaggi, dei suoi ritratti, o dei suoi quadri di genere». In realtà, il paesaggio e il “genere”, cioè quelle richiestissime scenette in costume per lo più ispirate a un Settecento galante prodotte freneticamente su ordinazione del famigerato mercante Goupil, appartenevano al passato. Aveva infatti cambiato completamente stile, passando dalla virtuosistica minuzia di questi quadretti ai grandi formati di ritratti la cui forza derivava dalla originale unione tra l’estrosità estemporanea, tutta moderna, del non finito e il riferimento agli antichi maestri. Per celebrare i protagonisti, soprattutto le donne, che da tutto il mondo si riunivano per officiare i riti della mondanità nella grandiosa scena parigina, aveva elaborato una formula davvero vincente basata su una singolare ritualizzazione della tradizione della ritrattistica aulica da Van Dyck a Velàzquez a Gainsborough a Goya e a Reynolds reinterpretata con uno stile personalissimo, dove si confrontava con i contemporanei, come Manet e Sargent, Degas e Whistler.

Ci vorrà la presenza alla memorabile Esposizione Universale di Parigi del 1889 di una serie davvero strepitosa di capolavori, pezzi iconici come il popolarissimo ritratto di Giuseppe Verdi, la cosiddetta Signora in bianco, accessoriata da un enorme ventaglio, della collezione Marzotto, e il celebre Pastello bianco della Pinacoteca di Brera (uno dei ritratti più belli di tutti i tempi, ma incredibilmente non esposto da decenni), per sancire una svolta nella sua fortuna critica e consacrarlo come il massimo interprete dell’ideale femminile dell’epoca, di una «femminilità – sottolineò un anonimo corrispondete di un giornale italiano - suprema, irresistibile, capiteuse, ed in pari tempo ingenuamente correttissima e pudica, della vera signora, della dama».

Boldini era riuscito a ritornare, se pur in altre forme e in un diverso contesto, alla originalità, alla grandiosa semplicità dei ritratti degli esordi, archiviando le pur golose stucchevolezze, i trucchetti della pittura alla Goupil. La critica, dimostrandogli ora il suo rispetto, abbandonava quell’offensivo termine di chic, che era stato identificato come la sua cifra, per parlare sempre di più di sintassi spezzata e di deformazione, come quando Gustave Geoffoy trovò che nei suoi ritratti «della signora V. P., del signor Montesquiou (capolavoro proveniente dal Musée d’ Orsay) deforma le linee dei suoi personaggi e fa stridere le stoffe». Dunque i tessuti, gli abiti non vengono più riprodotti con quella minuzia e fedeltà realistica tanto ammirate nei quadri precedenti, quando i ricchi collezionisti soprattutto americani furono sedotti da quella che un critico raffinato come Francesco Netti aveva definito l’«accademia dei signorotti vestiti», ma diventano oggetto, come del resto lo era stato negli antichi maestri con cui si confrontava, di una straordinaria sperimentazione pittorica. Quanto prima era stato analitico, ora era diventato un «esecutore nervoso» che «gioca coi nostri nervi con dei ritratti dalla fattura abile e frammentaria, con delle forme aguzze e taglienti, usa dei colori sobri compromessi da dei zigzag con la spazzola». Nel clima eccitato fin de siècle i magnifici ritratti mondani di Boldini, richiesti da donne bellissime e ricchissime che venivano nel suo studio da tutto il mondo, non sono degli status symbol, ma diventano le icone inquiete della cultura decadente, oggetti del desiderio di quanti aspiravano a provare quelle sensazioni “non encore éprouvées”, trovando il proprio portavoce nel giovane aristocratico Jean Floressas Des Eissentes, protagonista di A rebours pubblicato nel 1884 da Huysmans. Boldini ha avuto il suo interprete ideale nel citato conte Robert de Montesquiou, il dandy che più di altri incarnò le aspirazioni espresse in quel popolare romanzo. Ricambiò il pittore per il magnifico dipinto in cui l’aveva ritratto con le pagine straordinarie dedicategli nel 1906 in Les Hortensias bleu. A questo esteta, che aveva fatto della sua vita un’opera d’arte e che aveva riunito nella sua sofisticata dimora parigina la più esclusiva mondanità internazionale, si deve quello straordinario termine femme-fleures che rimane quanto di meglio sia stato trovato per definire le donne di Boldini.

Certamente sono state immortlate nei suoi quadri, lavorati «grandi tratti», con una velocità come «a fuoco d’artifizio» le donne più belle e interessanti del mondo, come la leggendaria Franca Florio o la demoniaca marchesa Casati trasfigurata come un fantastico uccello rapace, ma si è dovuto anche adattare, come tutti i ritrattisti che lavoravano su commissione, a clienti meno congeniali al suo visionario talento. Ad esempio, ricorda lui stesso, una «Signorina Americana molto tenera ma non troppo bella», o la povera infanta di Spagna Eulalia. Nel suo caso non riusciva a trovare un abito adatto alla principessa che, data l’ inespressività del volto, «doveva ispirare l’artista solo con l' eleganza e la distinzione della figura». Ma il risultato non arrivava mai ed ogni volta che il dipinto sembrava giunto al termine, Boldini lo cancellava per rifarlo di nuovo. Finalmente andò lui stesso in una famosa sartoria per trovare il vestito giusto. Possiamo allora condividere la conclusione di Albert Flament. Secondo lui Boldini «sapeva, come nessuno dei suoi confratelli, i ritrattisti, vestire una bella donna e, vorrei dire, svestirla, ma sarà più esatto scrivere: darle l’aria di essere svestita. Le spalline dei corsetti cadono dalle spalle, le gonne si sollevano sopra le gambe in un’epoca in cui ad una donna non era permesso mostrale, soprattutto in un ritratto».

L’ESPOSIZIONE

Arte, moda e letteratura
La mostra «Boldini e la moda», aperta a Palazzo dei Diamanti di Ferrara fino al 2 giugno (a cura di Barbara Guidi con la collaborazione di Virginia Hill), indaga per la prima volta il lungo e fecondo rapporto tra Boldini e il sistema dell’alta moda parigina e il riverbero che questo ebbe sulla sua opera di ritrattista, oltre che su quella di pittori come Degas, Sargent, Whistler e Paul Helleu. Ordinata in sezioni tematiche, ciascuna patrocinata da letterati che hanno cantato la grandezza della moda come forma d’arte, da Baudelaire a Wilde, da Proust a D'Annunzio, la rassegna propone un percorso avvincente tra dipinti, meravigliosi abiti d’epoca e preziosi oggetti che raccontano.

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