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Ordine liberale precario quanto prezioso

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ROBERT KAGAN

Ordine liberale precario quanto prezioso

Robert Kagan e Ronald Reagan
Robert Kagan e Ronald Reagan

Negli ultimi sette decenni il Pil globale è cresciuto ininterrottamente del 3,5%: anche calcolando la crisi del 2007/8; quattro miliardi di esseri umani sono usciti dalla povertà; nel 1939 i Paesi democratici erano una dozzina, ora un centinaio. Ciò nonostante, «fino al 1945, andando indietro di migliaia d’anni, la storia del genere umano è stata un lungo racconto di guerra, tirannia e povertà». La democrazia è un episodio «quasi accidentale».

È l’incipit dell’ultimo saggio di Robert Kagan, il consigliere di molti presidenti americani a partire da Ronald Reagan; l’intellettuale che nell’ultimo rantolo ambizioso d’imperialismo americano, per spiegare perché solo gli inglesi avevano partecipato all’invasione dell’Iraq del 2003, disse che l’America era Marte e l’Europa Venere.

In quest’ultima opera invece, Kagan ammonisce che attorno e dentro il giardino del sistema liberale occidentale, sta ricrescendo la giungla: «Il Brasile è tornato ancora ad essere il Brasile, il Sudafrica è impantanato nella corruzione, la Russia è tornata ad essere la Russia, la Cina ha di nuovo un imperatore». Anche il nostro Paese dà segni di ritorno al passato: «Nessuno può essere fiducioso. La democrazia italiana è giovane e in qualche modo non collaudata perché cresciuta sotto la protezione dello scudo di un sano ordine liberale mondiale».

Non è che tutto sarà di nuovo come prima; che per esempio senza quella protezione, il fascismo tornerà. La storia non si ripete ma per citare Schopenhauer, Eadem, sed ealiter: sarà «lo stesso ma diverso». Nel 1950 Hannah Arendt scrisse che vedere la civiltà occidentale come una marcia regolare verso il progresso, significa ignorare «la corrente sotterranea della storia occidentale». La creazione dell’ordine liberale, ammette Kagan, non è stato che «un atto di sfida contro la storia e la natura umana».

La soluzione a tutto questo non è indicata con chiarezza. Ricordando la semplificazione di un’America con gli attributi che avrebbe risolto tutte le debolezze della femminea Europa, questa volta Kagan lascia solo sottintendere che la speranza è nelle mani degli Stati Uniti. Naturalmente guidati da un presidente diverso da Donald Trump: un leader che creda come F.D. Roosevelt alla conferenza di Bretton Woods del 1944, che «la salute economica di ogni Paese è una sana preoccupazione di ogni suo confinante, vicino o lontano». Diverso anche da Barack Obama il quale, spiegando il disimpegno degli Usa ben prima di Trump, sosteneva che il mondo è quello che è e non quello che l’America vorrebbe fosse. «Il problema – scrive Kagan – è che abbiamo vissuto nella bolla del mondo liberale così a lungo da aver dimenticato a cosa assomiglia il mondo per quello che veramente è».

Un ordine mondiale è una di quelle cose alle quali la gente non pensa fino a che non scopre che sta finendo. Il multipolarismo al quale tanti guardano con democratica fiducia, ricorda Kagan, è quel sistema che ha provocato due guerre mondiali; e che funziona per le questioni economiche, «raramente in quelle della sicurezza». Solo un forte sistema di alleanze, guidato per consenso da una potenza, può garantire la stabilità e la forza perché altri non lo minaccino. La Cina attorno a sé ha troppi Paesi che ne temono le ambizioni, perché possa guidare un sistema: Giappone, India, Corea del Sud. La Russia è ispirata da “paura, orgoglio e ambizione” come nel XIX secolo: non è attrattiva se non per i russi. Solo la democrazia può creare e nutrire vaste alleanze come Nato e Ue. «L’ordine liberale è tanto precario quanto prezioso», conclude Kagan. «È un giardino che ha bisogno di cura costante nel timore che la giungla ricresca e ci inghiotta tutti».

The Jungle Grows Back. America and Our Imperiled World
Robert Kagan - Alfred A. Knopf, New York, $ 22,95

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