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L’uso politico di Giovanna d’Arco

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Lettera da Orléans

L’uso politico di Giovanna d’Arco

Ogni anno, l’8 maggio, una lunga processione attraversa le vie medievali di Orléans, la città sulla Loira. La cerimonia si svolge immancabilmente dal 1432. Fu cancellata soltanto nei momenti più bui della storia di Francia, come tra il 1940 e il 1944 per decisione d’autorità delle forze d’occupazione tedesche. Il corteo commemora la liberazione della città dall’assedio degli inglesi nel 1429 per mano di Giovanna d’Arco. Quest’anno giunge in un momento in cui la Francia è segnata da particolarissimi sentimenti di rivincita nei confronti del vicino inglese, a sei secoli dalla Guerra dei Cent’anni.

Non vi è Paese in Europa che viva l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione con la stessa partecipazione della Francia, così restia nei giorni scorsi a concedere al Regno Unito un rinvio di Brexit. A Parigi è evidente il sentimento di Schadenfreude, di soddisfazione per la sfortuna altrui, mentre la Gran Bretagna dibatte confusamente del suo destino. Dal 1904, ossia da quando Londra e Parigi hanno firmato l’entente cordiale, il rapporto tra i due storici nemici è pacifico, ma non mancano risentimento e rivalità. Da secoli, Francia e Regno Unito difendono con le unghie e con i denti il loro rispettivo modello scolastico, linguistico, politico.

La Pulzella di Orléans, che diceva di udire la voce di Dio, fu accusata di stregoneria e condannata al rogo il 30 maggio 1431 da un tribunale inglese a Rouen. Da allora la giovane donna, aveva 19 anni, è diventata una icona nazionale. È buona creanza che lo stesso Capo dello Stato partecipi alle celebrazioni dell’8 maggio almeno una volta durante il suo mandato. In una recente domenica di marzo, Orléans era illuminata da un sole estivo; i tanti monumenti dedicati all’eroina cittadina si stagliavano nella luce accecante.

Da sei secoli, la storia di Francia, i suoi alti e i suoi bassi, si specchiano nel percorso iconografico della Pulzella di Orléans. La prima statua di Giovanna d’Arco risale al 1502, il primo quadro al 1581, di cui una copia del 1690 è custodita nell’Hôtel Groslot, il palazzo rinascimentale a due passi dalla Cattedrale. Da allora i riconoscimenti postumi si sono moltiplicati. Un secolo dopo, il cardinale Richelieu, in piena guerra di religioni, chiese a un allievo di Rubens, Juste d’Egmont, un dipinto per celebrare non tanto la giovane donna quanto la Monarchia, allora in pericolo.

Durante l’illuminismo, Giovanna fu disdegnata da Diderot, Voltaire, Montesquieu, troppo razionalisti. Solo con Napoleone, e poi il Secondo Impero, la donna-soldato diventò colei che «ha difeso il suolo francese». L’imperatore ne fece un manifesto contro gli inglesi nelle sue guerre europee, mentre per Luigi Filippo fu una pietra miliare del suo Museo della storia di Francia, inaugurato a Versailles nel 1837. La statua intitolata Jeanne d’Arc pleurant à la vue d’un Anglais blessé, della figlia del Re, Marie d’Orléans, risale al 1834-1835. Il dipinto di Henry Scheffer L’entrée de Jeanne d’Arc à Orléans le 8 mai 1429 è del 1843.

Nella sua Histoire de France, Jules Michelet definì Giovanna d’Arco “una santa laica”, sottolineandone la natura religiosa ma anche il simbolismo politico. Con la sconfitta di Sedan per mano tedesca e la perdita dell’Alsazia-Lorena nel 1870, la figura della giovane donna diventò un nuovo simbolo di speranza. I repubblicani ne esaltarono il ruolo di soldato popolare, mentre la destra cattolica ne sottolineò la missione divina. Il governo francese commissionò nuove statue, che oggi decorano le vie di molte città, tra cui Parigi, Lilla, Saint-Etienne, Compiègne.

Tuttora permane l’uso politico di Giovanna d’Arco. L’ultimo acquisto del Musée des Beaux Arts di Orléans è un (ennesimo) busto dell’icona nazionale firmato da Auguste Trouchaud. Nel 2016 a rappresentare il governo alla processione annuale fu Emmanuel Macron, allora ministro dell’Economia. Pronunciò un discorso in cui celebrò il ruolo della giovane donna «nel riunire una Francia lacerata, divisa, agitata da una guerra senza fine con il Regno d’Inghilterra». A molti sembrò una candidatura politica a un anno dalle elezioni che lo avrebbero portato all’Eliseo.

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