Cultura

Poesie e fiabe pornografiche

  • Abbonati
  • Accedi
Libri

Poesie e fiabe pornografiche


Grande cantautore. Leonard Cohen in concerto il 27 ottobre 2008
Grande cantautore. Leonard Cohen in concerto il 27 ottobre 2008

Quando, nella serata del 31 agosto 1970, sul palco del grande raduno giovanile dell’Isola di White davanti a seicentomila ragazzi attendati, Leonard Cohen face capolino, quasi timidamente (avevano cantato calibri massimi come Jimi Hendrix, Donovan, Emerson, Lake & Palmer, Joan Baetz) nessuno sapeva nulla di lui. Eppure ci mise poco a richiamare l’attenzione di tutti. Le note placide e calme, ma travolgenti, di Suzanne riempirono ogni spazio della scena collinare, travalicando la valletta insulare e aprendosi al mare della Manica («Suzanne ti accompagna/ al suo posto presso il fiume/ dove senti passare le barche…»). E improvvisamente quell’immensa platea si zittì, sancendo l’inizio di una carriera ufficiale strepitosa (chi scrive visse quell’immensa emozione).

Ma quando Cohen nacque ufficialmente come cantautore, pochi sapevano che da una quindicina di anni si era già guadagnato un posto duraturo nella letteratura canadese, come poeta e come romanziere. Nato a Montreal nel 1934 da famiglia ebrea (padre immigrato polacco), Leonard aveva vissuto, da anglofono, in un quartiere inglobato nella città francofona. Doppiamente esule, come ebbe a dire poi, come ebreo e come individuo anti-sociale. Infatti nella sua prima produzione poetica (Compariamo allora i nostri miti, del 1956) esordisce evocando la figura del Cristo “sovversivo” (un Cristo di città, «incapace di camminare sulle acque») per poi tentare una quasi impossibile riconciliazione fra il sacrificio del popolo ebraico e la Storia (Fiori per Hitler, del 1964), laddove, sulla scorta delle teorie di Hannah Arendt sulla «banalità del male», a passare è il concetto — tanto osteggiato allora della comunità ebraica — che il male, in fin dei conti, si alligna dentro ognuno di noi (colpisce la citazione iniziale di Primo Levi).

Negli anni Sessanta, poi, assistiamo alla nascita del Cohen narratore, che ci lascia almeno due romanzi sconcertanti, Il gioco preferito, del 1963, in cui si instaura una straordinaria relazione tra corpo e parola (il motivo-chiave delle sue canzoni/poesie), e Belli e perdenti, del 1966, in cui assistiamo a un’impressionante ibridazione fra il linguaggio letterario e quello dei media (esiste una “bellezza” del fallimento, perdere è come perdersi per ritrovarsi integri pur nella nostra distruzione). In Belli e perdenti, infatti, c’è di tutto: persino lo stupro di una Santa (la canadese indigena Tekakwitha, santificata da papa Benedetto XVI) in una colossale contaminazione tra ciò che è divino e ciò che è terreno. Definito dalla critica «una fiaba pornografica», questo romanzo riesce a scandalizzarci ancora dopo tanti anni (facile un rimando al Carmelo Bene di Nostra Signora dei Turchi), mentre ci pone eterni interrogativi sulla contaminazione fra vittima e carnefice, fra vincitori e vinti.

A mettere a fuoco molto bene questo corpus narrativo di Cohen e a traghettarlo, con tutta la sua potenza immaginifica, sulla testualità poetica delle canzoni, è Silvia Albertazzi, che si avvale della sua conoscenza profonda del mondo post-coloniale (il Canada è tra i maggiori paesi di questo tipo). E debbo dire che c’era bisogno, a due anni dalla morte, di una riflessione sulla “statura” di questo autore polimorfo, una riflessione che consegnasse al lettore (meglio dire, in questo caso, all’ascoltatore) italiano tutte le sue sfaccettature, addirittura gli estremi di un codice interpretativo che ci permetta di acquisire la profondità metafisica di molti suoi testi musicali. Perché Cohen, come scrive Albertazzi, «non va interpretato, come hanno fatto in molti, in chiave biografica», bensì attraverso l’escursione della sua mitologia fantastica (avulsa dal sé), che ha le sue radici in molta cultura anglosassone, da Dylan Thomas a T.S. Eliot, da Faulkner a Joyce.

Solo così, ascoltando parole intense come quelle di Alleluja («C’è una vampata di luce/ in ogni parola/ non importa se avete sentito/ l’Alleluja sacro e quello profano»), capiamo che Coehn scrive un testo su come scrivere un testo, su come credere “laicamente” nell’amore divino senza rinunciare — lui che si paragona al Davide ebraico che pagherà davanti a Dio la propria colpa di desiderio — all’erotismo che si incarna nella fede.

Leonard Cohen: Manuale
per vivere nella sconfitta

Silvia Albertazzi

Paginauno, Vedano
di Lambro (MB), pagg. 235, € 19

© Riproduzione riservata