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Nei paesaggi della memoria

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Idee

Nei paesaggi della memoria

Autoritratto, 2017. Inaugurata il 23 marzo 2019, la mostra “Forme del paesaggio, 1970-2018” è ospitata ad Ascoli Piceno, nel Palazzo dei Capitani, fino al 3 maggio 2020
Autoritratto, 2017. Inaugurata il 23 marzo 2019, la mostra “Forme del paesaggio, 1970-2018” è ospitata ad Ascoli Piceno, nel Palazzo dei Capitani, fino al 3 maggio 2020

Va letto con attenzione l’autoritratto di Tullio Pericoli che, nel catalogo (Quodlibet) della mostra in corso ad Ascoli Piceno sulle «Forme del paesaggio», apre la rassegna paesaggistica dell’artista. Pericoli è seduto davanti al cavalletto. Gira le spalle allo spettatore e, assorto, guarda il ritratto della sua mano destra, separata dal resto del corpo, che, intrisa dei colori del suo stesso sguardo, quadro dentro il quadro, sta magicamente tracciando sulla tela un paesaggio sul quale si inflette il cielo. La tela è uno spazio mentale che stenografa colline, alberelli, anfratti, forre, sacche, incavi. Viene subito da pensare a una celebre frase di Cézanne, memore dell'«on me pense» di Rimbaud: «Il paesaggio si pensa in me e io sono la sua coscienza». È con questo spirito che bisogna accedere al paesaggio di memoria che è racchiuso nell'incantevole libretto (Incroci) nel quale Pericoli disegna in prosa alcuni incontri che hanno segnato la sua vita. In questo nuovo spazio mentale della lontananza maneggiata con affetto, il paesaggio autobiografico si scheggia in vari ritratti a memoria, veri e propri racconti che, tutti insieme, fanno panorama.

Il libro si apre con tre delicati racconti dell’infanzia e dell’adolescenza, tre contes philosophiques, fondati sulla prima formazione e sul fascino misterioso delle cose che non si capiscono, nella vita di tutti i giorni e nello studio: «Ma quel non poter capire era poi così mortificante? Anzi, schiudeva qualche porta: le porte del non spiegato, del non analizzato, del non teorizzato, del non moraleggiato (…) Quella promessa era uno stimolo, e l’avviso di un inizio di un piacere: quello di pensare, di immaginare, di avere la mente in movimento, aperta a nuovi, possibili usi (…) Anche adesso, quando mi accorgo che mi sto affacciando nell’oscuro mondo del non potrai capire, leggendo un verso di Hölderlin o di Zanzotto, o una battuta di Beckett, mi abbandono senza sentirmi in colpa all’attività della mia immaginazione e scopro, dentro di me, che l’indecifrabilità di una frase o di un verso rivela una felice parentela tra la loro complessità e l’oscura tortuosità della mia mente. È in quel buio labirinto che nascono e si fanno pescare le mie figure, le idee, i quadri e i disegni». Si chiude con una visione panoramica dall’alto della cima del monte Sibilla: « Vicino al crinale, bisogna proprio fermarsi, almeno per un po’, sedersi, immaginarsi addosso gli abiti di un personaggio dipinto da Friedrich. Il paesaggio davanti ormai è la sola cosa che i nostri occhi da tutti e quattro i lati riescono ad abbracciare. In larghezza, in profondità, in altezza, cresciuto fin quasi a sovrastarci, più alto di noi, all’infinito. Come fossimo seduti in fondo al mare. I particolari, sempre più lontani e imprecisi, perdono a poco a poco le forme proprie per avvicinarsi sempre di più a quelle della nostra memoria».

In mezzo scorre la galleria dei ritratti. Si susseguono Gian Carlo Fusco, Italo Pietra (il direttore del «Giorno», per il quale Pericoli illustrava i racconti della domenica), Romeo Giovannini (caporedattore delle pagine letterarie del «Giorno»), Emanuele Pirella (che lavorerà in coppia con Pericoli), Eugenio Montale (l’indecifrabile, dalla «voce un po’ baritonale»), Domenico Porzio ( che a Pericoli, che avrebbe voluto collaborare con la Rizzoli, disse aforisticamente: «Vede, Pericoli, noi abbiamo un posto per uno, non cerchiamo uno per dargli un posto»), il depresso Lucio Mastronardi, Elio Fachinelli («un folletto, con un che di sulfureo»), Andrea Zanzotto, il sordo Fausto Melotti, Emilio Tadini («Mi ricordo di alcuni duetti con Umberto Eco, cui toccava sempre il ruoolo di spalla»), Livio Garzanti (da Roberto Benigni ribattezzato con l’anagramma “Il gran viziato”), Marcel Reich-Ranicki ( direttore delle pagine culturali della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», soprannominato “Il Papa”), Giovanni Testori, Aldo Buzzi e Saul Steinberg ( per il primo,«solo Steinberg era suo amico, e per Steinberg lo era solo Buzzi»), Giorgio Bocca (grandissimo giornalista ed eccellente cuoco), Umberto Eco («è stato tra le persone che ho più frequentato, ma meno conosciuto. Credo che detenga un primato: quello di non aver parlato di sé per tutta la vita, nemmeno nei romanzi (…) Si riusciva a sapere di più della sua testa che della sua anima»). Al centro, fra vari disegni, c’è l’intermezzo di un racconto alla Cortázar intitolato Topi.

Sono racconti, ritratti, questi, di preziosa nitidezza e di profonda penetrazione: fascinosamente essenziali, sfrondati come sono di tutto il superfluo. Un piccolo capolavoro è il racconto dedicato a Testori, ricoverato all'ospedale San Raffaele di Milano. Indimenticabili sono gli occhi di Testori nel clou della sua passione: «Sono proprio i suoi occhi che mi spingono ora a scrivere di lui e a ricordarlo. Quelle due pupille nere vivevano indipendentemente dal corpo: contenevano una luce azzurra che diventava sguardo, e sembravano brillare di una vita propria. Occhi difficili da definire come tali: non avevano palpebre, ciglia o sopracciglia visibili e descrivibili: erano due punti della dimensione di uno spillo, luminosi e abbaglianti perché attorniati da un nero profondo e buio, e puntavano lo sguardo come fossero davvero separati dal corpo. Laser galleggianti. E quelle due luci erano tanto acute da farmi provare imbarazzo nel fissarle. Al termine di ogni visita Testori, con grande gentilezza e fatica, mi accompagnava lentamente lungo il corridoio del San Raffaele fino alla porta dell’ascensore. E nella luce di quei due occhi che lo seguivano e mi accompagnavano per tutto il percorso vedevo un’acuta dolcezza, amorosa e dolorosa (…) quegli occhi non se ne andavano, entravano con me nell’ascensore, mi seguivano in strada fino alla macchina, rimanevano nello specchietto retrovisore, più forti dei fari delle auto che incrociavo ritornando in tarda serata a Milano».

Quegli occhi si possono vedere ancora in un ritratto di Testori dipinto a olio da Bruno Caruso. Giovanni Testori è un Battista decapitato. La sua testa è deposta su un vassoio. La morte gela la carne sottile, fragile, trasparente. Ma quegli occhi, quegli occhi sono vivi e illuminano il volto di cera.

Incroci

Tullio Pericoli

Adelphi, Milano, pagg. 98, € 12

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