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«Parasite», splendida dark-comedy sulla crisi economica

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«Parasite», splendida dark-comedy sulla crisi economica

«Parasite», di Bong Joon-ho
«Parasite», di Bong Joon-ho

A volte può essere una commedia il genere migliore per parlare dei drammi della contemporaneità: «Parasite» del sudcoreano Bong Joon-ho punta proprio su questo registro per dare vita a un racconto profondamente incentrato sulla crisi economica.

Protagonista è una famiglia che vive in un seminterrato, lottando ogni giorno per poter mangiare e sopravvivere. Una possibile svolta arriva quando il figlio maggiore potrebbe essere assunto per aiutare una ragazza più giovane a studiare: lei fa parte di una famiglia molto agiata e lui cercherà il modo migliore per approfittarne.

«Parasite», di Bong Joon-ho

Non si può svelare troppo di una trama ricca di sorprese e colpi di scena, giocata sul tema delle diseguaglianze sociali con alcune dinamiche che possono ricordare anche il recente «Noi» di Jordan Peele.
Attraverso anche una serie di potenti spunti politici (legati anche agli Stati Uniti), «Parasite» dà vita a una cartolina universale, dove la Corea del Sud è soltanto l'ambientazione di un film che avrebbe potuto essere prodotto in diverse altre nazioni.

Non è semplice trovare un lungometraggio in grado di unire un coinvolgimento tanto straordinario, scene fortemente comiche e spunti di riflessione tanto profondi: non c'è troppo da stupirsi che ci sia riuscito un regista formidabile come Bong Joon-ho, che aveva già dato vita a pellicole altrettanto significative come «Memoris of Murder», «The Host» e «Madre».

Dopo le due parentesi, comunque soddisfacenti ma meno incisive, in lingua inglese («Snowpiercer» e «Okja»), il regista è tornato in patria e ha ritrovato lo smalto di un tempo, riuscendo a costruire una serie di personaggi credibili e sfaccettati.
Notevole e sorprendente anche il finale, pensato in maniera geniale per capacità di stupire ed emozionare.
Grande prova anche del cast, capitanato da Song Kang-ho, volto notissimo ai fan del cinema della Corea del Sud. Tutti motivi per far trovare posto a «Parasite» nel palmarès finale.

«Parasite», di Bong Joon-ho

Suggestioni e spunti originali che, purtroppo, ha trovato solo in parte Robert Eggers con «The Lighthouse», il suo secondo lungometraggio dopo la potentissima opera prima «The Witch», film horror di culto con cui aveva esordito al Sundance Festival nel 2015.
Inserito nella Quinzaine des Réalisateurs (sezione parallela rispetto a quella ufficiale), «The Lighthouse» è ambientato su un'isola del New England alla fine dell'800 e ha come protagonisti due guardiani di un faro, interpretati da Willem Dafoe e Robert Pattinson.
Una location indubbiamente tipica per un classico racconto dalle tonalità dark, accentuate anche dalla scelta di una fotografia in bianco e nero che rende il film una vera e propria visione d'altri tempi.

Come se non bastasse, Eggers ha scelto la pellicola 35mm per quest'opera che è un vero e proprio viaggio nel passato del cinema di genere: quello che si ha di fronte agli occhi è infatti un'esperienza curiosa, ipnotica e allucinata, in cui lo spettatore è chiamato a partecipare direttamente all'azione.
Peccato però che, oltre al fascino visivo e sonoro, non ci sia moltissimo da segnalare positivamente in questo lungometraggio che diventa troppo confuso e delirante col passare dei minuti, dando la sensazione di un regista che ha perso il controllo del suo lavoro. La sensazione finale è quella di un'opera pretestuosa e irrisolta, girata da un autore dal grande talento, che in questo caso è riuscito a mostrare solo in parte.

«The Lighthouse» di Robert Eggers

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