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Fuori per sempre, e se per fuggire ed emanciparsi servisse la follia?

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Fuori per sempre, e se per fuggire ed emanciparsi servisse la follia?

Come l’amore e la morte, la follia è certamente tra i temi più battuti dagli scrittori, da sempre, e ovunque. La follia in tutte le sue declinazioni mediche, la follia in tutti i suoi colori narrativi, dal malessere più nevrotico al male ossessivo e distruttivo, dalla lievità degli eccentrici alla bizzarria degli alienati. Il romanzo di Doris Femminis appena pubblicato da Marcos y Marcos entra in questa produzione con talento e originalità. Fuori per sempre è la seconda opera di Femminis - nata tra le montagne delle Svizzera italiana - che alla scrittura affianca un lavoro da infermiera a domicilio. E in questa pagine c’è molto della conoscenza dell’ambiente ospedaliero che l’autrice restituisce con perfetta aderenza alla realtà, narrandone l’organizzazione. Soprattutto perché ad essere fotografato è un ambiente per certi versi unico all’interno di una struttura ospedaliera e cioè il reparto di psichiatria.

La protagonista infatti è Giulia una studentessa universitaria che dopo un litigio in famiglia, scappa e tenda il suicidio. Un gesto chiaramente inspiegabile come lo sono in sè i suicidi ma che diventa ancor più incomprensibile quando al risveglio i medici e gli infermieri dell’ospedale cercano, attraverso l’esperienza terapeutica, di ricostruirne le ragioni, la frattura determinante. Giulia reagisce con furore respinge l’ambiente ospedaliero, la terapia, ma soprattutto nega la gravità di quel che ha compiuto. Una scivolata, un errore, nessun reale impulso verso la morte. Questa è la teoria di Giulia. Forse la stanchezza, lo stress per gli ultimi esami prima della laurea . Forse una perdita. Nell’auto in cui l’amico Esteban ritrova e salva Giulia compare una scritta: “Lili per sempre”. Chi è Lili? Perché per sempre?

Dopo un rifiuto iniziale, una fuga conclusasi con il rientro in clinica, e infine l’accettazione - se pur parziale - della cura, Giulia inizia a raccontare di Annalisa, la misteriosa Lili. Ed è Annalisa la protagonista della seconda parte del libro. Il dolore di Giulia è la perdita di sua sorella Annalisa. Annalisa che quando nasce sconvolge la psiche della madre, e per poco non ribalta la famiglia. Una famiglia che è un clan confuso con tanti fratelli. Una madre fragile, un padre mite. Annalisa è un essere stralunato, una mente che pare aver ereditato la fragilità della madre. Annalisa è una animale selvaggio che vive l’esperienza della tossicodipendenza e ne esce a pezzi. Annalisa muore. Ma è davvero questa la storia di Giulia? La terza parte sovverte le nostre certezze. Ciò che è reale non lo è più. Irrompe un nuovo personaggio che scardina e ridefinisce la follia dentro la fuga.

La Femminis sceglie il taglio dell’evocazione con una lingua che alterna sostanzialmente tre timbri: la presa diretta dell’azione, l’affabulazione dell’evocazione, lo scavo dell’analisi. Interessante la scelta lirica del linguaggio che al passo descrittivo preferisce quello allusivo. Coerente all’aspirazione del romanzo: tratteggiare un inno alla libertà, alla vita.



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