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Cuneo fiscale: tutto quello che c’è da sapere sul taglio al costo del lavoro

L’opzione principale che piace al ministero dell’Economia e al Pd è quella che prevede di rimodulare gli “80 euro” introdotti dal governo Renzi che diventerebbero detrazioni fiscali da estendere ai lavoratori con reddito annuo fino a 35mila euro

di Claudio Tucci


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Il tema del taglio del cuneo fiscale è uno dei dossier principali sul tavolo del governo in vista della manovra (foto Agf)

3' di lettura

Cuneo fiscale e quota 100 è la partita che si è giocata nel governo fino al Cdm della serata del 15 ottobre. Il tema è delicato: solo utilizzando i risparmi della rimodulazione delle finestre di quota 100 si potranno recuperare risorse aggiuntive per irrobustire il taglio del costo del lavoro a tutto vantaggio dei lavoratori.

Estensione taglio fino a 35mila euro
Per quanto riguarda le ipotesi tecniche per far decollare da luglio 2020 l’operazione taglio al cuneo la partita è essenzialmente questa: l’opzione principale che piace al ministero dell’Economia e al Pd è quella che prevede di rimodulare gli “80 euro” introdotti dal governo Renzi che diventerebbero detrazioni fiscali da estendere ai lavoratori con reddito annuo fino a 35mila euro.

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Il meccanismo
L’ipotesi di allargare il vantaggio fiscale anche ai redditi fino a 35mila euro (rispetto alla soglia, finora individuata, dei 26.600 euro) amplierebbe la platea di lavoratori coinvolti di circa 4,5 milioni di unità (a tanto infatti, secondo fonti dell’esecutivo, ammonta il numero di addetti che si trova nella fascia tra i 26.600 e i 35mila euro di reddito annuo). L’operazione, il prossimo anno, scatterebbe da luglio, con un meccanismo “a decalage” (chi ha redditi, ad esempio, di 20mila prenderebbe una certa cifra, che ne prende 35mila una più bassa - in media, nel 2020, secondo i primi calcoli, il beneficio dovrebbe attestarsi intorno ai 500 euro annui, per poi raddoppiare - a mille euro - l’anno successivo viste le maggiori risorse a disposizione).

Per i 9,4 milioni di lavoratori che oggi percepiscono gli 80 euro, si tratterebbe di mantenere la misura o trasformarla in detrazione fiscale. Con l’aggiunta dei risparmi di quota 100 per loro le buste paga potrebbero salire di 40/50 euro l’anno, mantenendo i 960 euro del bonus Renzi, così come oggi o sotto forma di detrazione.

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La dote
La Nadef, per l’operazione cuneo, ha previsto un impegno aggiuntivo di 0,15 punti percentuali di Pil (2,5 miliardi) nel 2020, destinati a salire, l’anno successivo, a 0,3 punti di Pil, pari, cioè, a 5,5 miliardi. Se si riuscissero a recuperare da quota 100, 4/500 milioni, la dote complessiva per il 2020 salirebbe a circa 3 miliardi.

Il piano B
Resta allo studio, ma con minori chance di successo, l’altra ipotesi tecnica, alternativa, di riduzione del costo del lavoro, che consiste nel fermare l’asticella a 26mila euro di reddito annuo, ma ricomprendere nella partita anche i cosiddetti “incapienti”, vale a dire coloro, oggi esclusi dal bonus Renzi, perché dichiarano meno di 8mila euro l’anno (una platea, quest’ultima, stimata in circa 4 milioni di unità, cui in parte guarda anche il reddito di cittadinanza, già operativo, con l’erogazione dei primi assegni, dal mese di aprile). Sì tratterebbe di una operazione delicata, e tecnicamente più complessa. In questo caso, infatti, lo strumento da utilizzare potrebbe essere la detrazione sotto forma di credito da incassare in sede di dichiarazione dei redditi o di conguaglio annuale da parte del sostituto d’imposta. Senza dimenticare poi che una fetta degli incapienti già oggi percepisce l’assegno del reddito di cittadinanza; si tratta di soggetti in attesa di essere inseriti nel mercato del lavoro. Con l’aggiunta del nuovo credito d’imposta - senza interventi sul Rdc - alcune persone potrebbero ricevere un sussidio più elevato, ad esempio, di altre che lavorano, ma hanno redditi bassi, di poco superiori agli 8/10mila euro. Di qui la preferenza, sempre a detta dei tecnici, dell’ipotesi di estensione delle detrazioni fino a 35mila euro di reddito.

No alla detassazione incrementi Ccnl
Sembra invece perdere quota l’ipotesi di detassare dal 2020 gli aumenti salariali dei rinnovi dei contratti collettivi nazionali attraverso l’introduzione di una cedolare secca al 10%. La misura piace al sindacato e alla ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, perché avrebbe l’obiettivo di amplificare l’effetto sulle buste paga. Il punto è che la proposta è onerosa; e al momento i soldi non ci sono.

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