Motore della vita

Cuore tenero o matto da legare?

Alla scoperta del nostro muscolo involontario, centrale per l'esistenza umana ma anche pulsante di rimandi simbolici, culturali e artistici

di Vittorio Lingiardi

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Una perfetta riproduzione in cera policroma del cuore umano, conservata nel Museo di Storia Medica Josephinum di Vienna, costruito negli anni dal 1783 al 1785 per l’Accademia di Medicina e Chirurgia

Alla scoperta del nostro muscolo involontario, centrale per l'esistenza umana ma anche pulsante di rimandi simbolici, culturali e artistici


5' di lettura

Mio zio era cardiologo. Sulla scrivania del suo studio teneva il modello tridimensionale di un cuore grande e rosso. Mi intimoriva, ma non potevo fare a meno di osservarlo. Era un modello in plastica costruito negli anni Sessanta, molto ben fatto, con l’aorta e la cava belle tornite, le arterie e le vene polmonari di destra e di sinistra, sportellini delicati che davano accesso agli atri e ai ventricoli e dunque alle valvole cardiache con le loro fragili membrane. L’ho ricevuto in eredità. L’unica cosa che gli manca è il ritmo: è perfetto, ma non pulsa. Un cuore vero è tutto nel suo ritmo, sistole e diastole. È come la vita e l’amore, si chiude e si apre, si contrae e si dilata. Batte e mormora di continuo e il più delle volte non ce ne accorgiamo; ogni tanto ci bussa alla gola, ci affanna, oppure si fa lento come per scomparire. Poi un giorno si ferma e noi con lui.

Il cuore è nelle nostre frasi di tutti i giorni: a cuor leggero, avere a cuore, col cuore in mano, un cuore di pietra, mi scalda il cuore, cuor di leone, una stretta al cuore. E nelle nostre parole: batticuore, crepacuore, rincuorare, malincuore, ma anche (dal latino cor, cordis) cordiale, ricordo, coraggio. Di nuovo un ricordo d’infanzia: è il dicembre del 1967 e siamo davanti alla televisione per avere notizie del primo trapianto di cuore, a Città del Capo, la hỳbris del dottor Barnard. La nostra vita trascorre tra i dolori del cuore, le sue “alterazioni del ritmo” (è il titolo che ho scelto per la mia ultima raccolta di poesie): quante volte ci siamo domandati se il suo cuore reggerà? Dopo l’infarto, durante l’anestesia. E se reggerà il nostro, nel battito sordo del lutto.

Il cuore è nei versi che amiamo, dal core che ’ntenerisce i navicanti danteschi nell’ora che volge il disio, al palpito di Szymborska che per me è il manifesto dell’intersoggettività: «Ascolta come mi batte forte il tuo cuore». Non esiste un cuore senza canzoni e non esistono canzoni senza un cuore: Mina cantava Mi sei scoppiato dentro al cuore all’improvviso, un anno dopo ballavamo al ritmo del Cuore matto di Little Tony.

Inutile dire che il muscolo cardiaco batte anche in ogni biblioteca, dal cuore più popolare d’Italia, quello di De Amicis, a volumi dottissimi come il regalo ricevuto da un amico dantista, The Medioeval Heart di Heather Webb (Yale University Press), o la magnifica anatomia culturale (Organi vitali, Adelphi) scritta dal medico messicano-americano Francisco González-Crussí. Ogni venerdì mi adagio tra i cuori gonfi di Ježek che illustrano le Questioni di cuore di Natalia Aspesi e se apro il mio cassetto delle cartoline mi battono in petto i cuori dell’arte, quelli barocchi trafitti dall’angelo e quelli gaiamente paonazzi di Keith Haring. Uno di quelli che amo di più lo porge a Gesù una Caritas di Giotto nella Cappella degli Scrovegni.

Ora, per tamponare la mia emorragia immaginifica (ma ci sarebbero anche i cuori delle carte da gioco e tutte le produzioni cardiache del giorno di San Valentino; per non parlare degli emoji a forma di cuore - si chiama cardioide - che fibrillano più volte al giorno nelle finestrelle dei nostri WhatsApp), vi racconto di un libro che ho appena finito di leggere. Un libro diviso in tre parti (la metafora, la macchina, il mistero) che non poteva che intitolarsi Il cuore. Una storia (Bollati Boringhieri, pagg. 261,€ 28). A scriverlo è un cardiologo, Sandeep Jauhar, direttore dell’Heart Failure Program al Long Island Jewish Medical Center di New York. È un libro che, guidandoci alla scoperta del nostro muscolo involontario, ne ribadisce la centralità in ogni circolazione umana: d’amore o di fede, di arte o di scienza. E di pensiero: le pascaliane ragioni del cuore, per esempio, ma anche il pensiero del cuore di James Hillman infuso degli studi orientali di Henry Corbin. Con Jauhar tornano a palpitare le filosofie corporee che di volta in volta hanno visto nel cuore il centro della volontà, del coraggio, della memoria (tanto che l’espressione “a memoria” in francese si dice par coeur, in inglese by heart e in portoghese de cor) e d’ogni forma di passione. Odio compreso, tanto che dal cuore può grondar sangue crudele, per esempio quando strappato dal petto del nemico (come pretendeva la regina cattiva per Biancaneve) o sacrificato agli dei come pare facessero gli Aztechi.

Tra i pazienti di Jauhar c’è il giovane Harindra: il suo cuore scompensato faceva sempre più fatica, i suoi genitori non si davano pace. Qualche mese fa un collega, insigne cardiologo, mi mette in mano un volume uscito da poco che si intitola Antologia del cuore stanco (edizioni Effedi). Si può scaricare online ed è un bellissimo progetto di medicina narrativa: raccoglie i racconti di persone con scompenso cardiaco, dei loro familiari e dei loro medici. Ci insegna che in medicina l’intreccio delle storie è fondamentale e che la cura del cuore ovvio che passa per ecocardiografie, defibrillatori e pacemaker, ma senza dimenticare che dietro ogni cardiopatia, anzi davanti, c’è un cardiopatico. E dentro ogni medico c’è, dovrebbe esserci, un guaritore ferito, che è medico e paziente insieme. Jauhar, lui stesso cardiopatico, lo sa bene: «Cominciavo ad avere il fiato corto», è la frase con cui apre il suo libro.

Mallarmé non aveva alcuna nozione d’elettrofisiologia cardiaca, ma da poeta sapeva che «ogni anima è un nodo ritmico». Come lo è ogni amore. Al punto che “cardiomiopatia del cuore infranto”, anche detta di Takotsubo, è il nome di una sindrome diagnosticata in persone che hanno subìto un grave stress emotivo, un lutto, per esempio, o un doloroso distacco affettivo. Si chiama Takotsubo perché il cuore, a seguito di una ridistribuzione dei recettori dell’adrenalina, assume la forma di un vaso giapponese che porta quel nome ed è usato per la pesca del polpo. Se «le tragedie della vita», come diceva il grande medico canadese William Osler, uno dei padri della medicina moderna, «sono in gran parte arteriose», il romanzo del cuore non può che essere un racconto di paure, esperimenti, entusiasmi e delusioni. Una storia vegliata da molteplici numi cardiotutelari: Harvey che nel 1628 scopre la circolazione sanguigna ma rimanda la pubblicazione dei suoi studi per paura di essere bandito dalla comunità scientifica; Williams, che nella Chicago di fine Ottocento, lui chirurgo di origini afroamericane, effettua il primo intervento a cuore aperto; Lillehei, che inventa la macchina cuore-polmone e quindi la circolazione extracorporea a cui milioni di pazienti devono la vita; Greatbatch, che per caso s’inventa il pacemaker; Forssmann, che usa il suo braccio per sperimentare, siamo nel 1929, il primo cateterismo cardiaco: per i colleghi un ciarlatano, quasi trent’anni dopo riceve il Nobel.

Conoscere la storia del cuore, ascoltare il tono con cui ci parla, i soffi delle sue passioni e il battito della sua poesia (foss’anche «il cuore di un fanciullo senza cuore», l’amore sabiano a cui diciamo addio cercandolo) è abitare la nostra casa. Non era Ildegarda di Bingen, compositrice e poetessa benedettina, a dire che l’anima abita il centro del cuore come fosse la sua casa? Il modellino cardiaco ereditato dallo zio in effetti assomiglia a una casa, diviso com’è in stanze separate dalle porte valvolari. È la casa della nostra vita, in attesa del grande trasloco.

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