architettura

«Cupolone» di protezione

Nel 1960 Buckminster Fuller ideò una cupola sopra New York come tutela dai rischi atomici e dall'inquinamento. Ancora non si pensava ai virus

di Fulvio Irace

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Nel 1960 Buckminster Fuller ideò una cupola sopra New York come tutela dai rischi atomici e dall'inquinamento. Ancora non si pensava ai virus


4' di lettura

Realizzata, sarebbe stata il più grande lockdown della storia: una cupola di 3,5 chilometri di diametro a sigillare un’ampia parte di Manhattan compresa tra la 21 e la 64esima strada , dall’East River all’Hudson.

Alta un chilometro e mezzo, avrebbe racchiuso facilmente le cime dei grattacieli più arditi, come la serra di un improbabile Eden metropolitano. L’aveva disegnata nel 1960 Buckminster Fuller, la più eccentrica figura di inventore-imprenditore partorita dal XX secolo americano, di volta in volta definito un genio della tecnica, un guru, un poeta, un filosofo, un tecnocrate, ma mai architetto anche se a lui dobbiamo alcune delle più straordinarie prefigurazioni di ambienti del futuro.

Tra questi, la cupola sopra Manhattan riveste un ruolo centrale, riassumendo allo stesso tempo ambizioni strutturali e preoccupazioni ecologiche, secondo un approccio al progetto di lungo termine che partiva da un caso specifico per proporsi come soluzione estensibile all’intero globo. Negli anni Sessanta le paure collettive riguardavano più gli effetti di una possibile guerra atomica che, come oggi, la diffusione di un virus sterminatore: anche se questo, in realtà, in menti preveggenti come quella di Fuller, poteva riassumersi nel pericolo dell’inquinamento atmosferico. In un intervista a «Playboy Magazine», Fuller infatti aveva spiegato il senso della sua cupola in maniera persuasiva: «Dal basso, la cupola apparirebbe come una pellicola traslucida attraverso cui si vedrebbero cielo, nubi e stelle. Ridurrebbe le perdite d’energia, sia del riscaldamento invernale che dell’aria condizionata estiva, a solo 1/85 di quelle attuali. Riducendo le perdite di energia di Manhattan, il riscaldamento e il condizionamento potrebbero essere affidati esclusivamente all’energia elettrica. Questo eliminerebbe tutti i fumi dall’atmosfera racchiusa all’interno, e la cupola sarebbe anche in grado di schermare i fumi provenienti dall’esterno».

In un misto di idealismo e pragmatismo, spiegava che il costo della cupola sarebbe stato ripagato da questi risparmi in soli dieci anni; il ricorso a resistenze elettriche inserite nella superficie trasparente della cupola, avrebbe inoltre garantito una temperatura sufficiente a fondere neve e ghiaccio, preservando gli abitanti di New York dalle noie dell’inverno e dai fastidi dell’estate, quando la mancanza d’acqua imponeva pesanti restrizioni, dall’inibizione dell’uso domestico per mezze giornate, alla proibizione di innaffiare i prati o di lavare le automobili. L’acqua fusa della neve e delle piogge sarebbe stata infatti incanalata in grandi serbatoi di raccolta. «Bisogna immaginare la cupola - suggeriva Fuller -come una nuvola artificiale, capace di proiettare, a comando, ombra o di garantire sole a volontà». Al suo interno si sarebbe creato un clima semitropicale, e, in mancanza di pioggia e neve, le terrazze dei grattacieli si sarebbero trasformate in giardini.

Come l’Archimede Pitagorico disegnato nel 1951 da Carl Barks per Disney, Fuller immaginò che l’intero globo potesse considerarsi come una Paperopoli planetaria da arricchire con le sue mirabolanti invenzioni: il ricorso alle tecnologie più innovative avrebbe riconfigurato la maniera di vivere e di abitare in un modo più rispettoso dell’integrità del sistema ecologico. La cupola su Manhattan doveva essere un esempio da esportare perché «le città sotto cupole - spiegava - saranno essenziali per l’occupazione dell’Artide e dell’Antartide, ed entro il 1975 dovrebbe già essere possibile trasportare per via aerea cupole in grado di coprire piccoli centri urbani. Le cupole verranno usate anche per racchiudere delle antichità da proteggere».

Era una previsione solo in parte azzardata, visto che proprio recentemente una soluzione simile è stata ipotizzata per proteggere la città di Pechino dagli eccessivi picchi di smog: la società inglese Orproject, ha infatti studiato per la capitale cinese un sistema costituito da una serie di cupole che utilizzerebbero lo stesso materiale plastico usato per la piscina olimpica di Pechino 2008, con filtri a energia solare capaci di ripulire l’aria all’interno. D’altra parte, lo stesso Fuller ne aveva data una prefigurazione reale con la grande cupola geodetica per il Padiglione statunitense all’Expo di Montréal del 1967: in una cartolina del centro storico di Siviglia ne auspicava l’applicazione anche al tema delle città europee, inserendo la silhouette di una cupola sottile che avrebbe facilmente incluso anche l’alto campanile della cattedrale.

L’anno precedente, con la complicità del miliardario giapponese Matsaturo Shoriki, aveva anche elaborato la proposta di una nuova città di un milione di abitanti, racchiusa in un enorme tetraedro galleggiante nella baia di Tokyo: la forma, più stabile rispetto alla cupola, consentiva di ricavarvi alloggi dotati almeno di una stanza con vista sull’acqua.

Lewis Mumford la condannò come una nuova piramide per l’“aristocrazia tecnocratica”: una maniera impropria di considerare la città come la preda di una gigantesca boule à neige e un fatale passo indietro verso l’era dei faraoni che avrebbe represso la varietà e dunque l’autonomia degli uomini, assoggettati al pericolo di un’autorità superiore di controllo.

Le cronache di questi giorni non fanno altro che confermare la diffidenza del grande urbanista e sociologo americano, facendoci paventare il pericolo di un’utopia rivolta in distopia.

Se dopo la pandemia del Covid-19 nulla sarà come prima, è giusto interrogarsi sul cambiamento, senza però fughe in avanti sotto l’euforia delle nuove tecnologie. Quali sono i limiti che la sicurezza può imporre alla libertà individuale senza che il controllo momentaneo ceda alla tentazione di una società sotto permanente osservazione, deve essere occasione di un dibattito aspro, serrato, documentato, che chiarisca definitivamente che il futuro Brave New World non assomigli né al set di un The Truman Show né alle città automatiche di Minority Report.

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