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Curare i bambini è stata la sua medicina

La prima borsista donna, Franca Fossati Bellani, fresca di laurea in medicina, sotto la supervisione di Gianni Bonadonna e Umberto Veronesi, due oncologi che avrebbero scritto pagine fondamentali dell'oncologia non solo italiana, racconta la sua vita vissuta sempre dalla parte dei piccoli malati

di redazione Salute


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3' di lettura

Fuori si iniziavano a sentire i primi vagiti di quello che sarebbe stato il Sessantotto insieme alle prime, convinte rivendicazioni femministe. Dentro, in quell'anno, il 1966, iniziava a lavorare la prima borsista donna, Franca Fossati Bellani, fresca di laurea in medicina, sotto la supervisione di Gianni Bonadonna e Umberto Veronesi, due oncologi che avrebbero scritto pagine fondamentali dell'oncologia non solo italiana.

Quel dentro era l'Istituto dei tumori di Milano, chiamato semplicemente l'Istituto, già centro di riferimento assoluto per un tipo di malattie verso le quali, allora, c'erano ben poche armi a parte la chirurgia, ma che iniziavano a essere più frequenti via via che le condizioni di vita miglioravano e che la durata della stessa vita aumentava.

Lei, la borsista Franca, non si poneva grandi questioni ideologiche; aveva scelto di fare il medico senza una vocazione specifica, e quella borsa era stata un'opportunità da cogliere al volo, anche se significava trovarsi in un ambiente non facile, e per di più totalmente maschile.

Molto presto Franca si era accorta di un fatto inquietante: c'era una categoria di malati cui nessuno o quasi sembrava proporre nulla di più che un letto di fortuna nei reparti femminili: i bambini. Eppure ne arrivavano, di pazienti pediatrici. E molto spesso in condizioni gravissime (la sopravvivenza, allora, non superava il 20%). Ma sembrava non esserci neppure un'idea su come migliorare la loro situazione.

Per questo Fossati Bellani, presto ribattezzata Dottora dalle impagabili infermiere che cercavano, al di là dei compiti assegnati, di darle una mano, ha iniziato a dire basta, e a provare a dare almeno dignità e, ogni volta che si poteva, cure e conforto ai malati più piccoli, e ai loro genitori e familiari.

Nel giro di pochi anni la Dottora ottenne così i primi letti dedicati, poi le prime stanze, per approdare quindi a un vero reparto, arricchito dalla scuola in ospedale, dalle case per le famiglie in arrivo da tutto il paese, dal supporto psicologico, dagli strumenti medici progettati appositamente per i corpi più piccoli, dalle collaborazioni internazionali, dai primi farmaci studiati ad hoc e non adattati dai protocolli per gli adulti, dalla cura specifica per gli adolescenti, e a molto altro.

Con tenacia, coraggio e dedizione, in quarant'anni di lavoro indefesso, insieme ad altri straordinari pionieri, Fossati Bellani ha curato oltre 5.500 bambini piccoli, meno piccoli e adolescenti, e dato un contributo fondamentale all'evoluzione di una cultura medica grazie alla quale oggi, in alcuni casi, i tassi di sopravvivenza sono rovesciati, e i piccoli malati che sopravvivono sono otto su dieci.

Questa sua straordinaria vicenda umana e professionale, la Dottora la ripercorre oggi ne Curare i bambini è la mia medicina, Solferino, in libreria dal 6 febbraio, un testo scritto insieme ad Agnese Codignola nel quale, al racconto di una vita vissuta sempre dalla parte dei bambini, si sovrappone quello di molti casi, ognuno dei quali (anche quelli che non hanno avuto un esito positivo) ha lasciato un'eredità di cui fare tesoro per fare di più e meglio, e poi considerazioni personali sul mestiere di medico, sui rapporti con i parenti, sulla malattia, sul dolore, sulle relazioni umane, sulla gioia immensa che scaturisce da ogni vita salvata, e molto altro.

Oltre a tutto questo, il testo è, in controluce, la storia di una donna che ha scelto una via molto personale all'affermazione della donna: quella del lavoro quotidiano sul campo, e della dedizione totale ai suoi bambini e ai loro familiari.

Il risultato è un inno alla vita e all'aiuto al prossimo sofferente, in un racconto che parla non solo a chi ha vissuto un'esperienza simile o a chi ha scelto di essere un medico, ma a tutti. Una testimonianza con la quale la Dottora passa idealmente il testimone alle generazioni più giovani, affinché proseguano il suo lavoro, senza mai dimenticare che al centro deve essere sempre posta la persona, e mai la malattia.

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