Charlotte Salomon

Curare la vita con l’arte

La versione integrale della sorprendente opera dell'artista uccisa ad Auschwitz

di Gabriele Pedullà

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Una delle tavole di Charlotte Salomon contenute nel volume «Vita? O teatro?»

La versione integrale della sorprendente opera dell'artista uccisa ad Auschwitz


4' di lettura

Che oggetto è mai questo sorprendente e inclassificabile Vita? O teatro? Nello scriverne Jonathan Safran Foer non ha avuto dubbi: «Forse il più grande libro del XX secolo». Ma anche a non voler essere così pomposi, la pubblicazione integrale delle 781 tempere che lo compongono assieme a 211 fogli di carta velina (con le didascalie) rappresenta un evento editoriale, al punto che, davanti a un tale suntuoso manufatto, la stessa definizione di libro appare in qualche modo inadeguata. Occorre però procedere per ordine.

Riscoperto solo negli anni Sessanta, Vita? O teatro? è il frutto di un anno e mezzo di lavoro di Charlotte Salomon, una giovane ebrea tedesca sfollata nella Francia del sud, presso i nonni, dopo la Notte dei Cristalli. Il mondo nel quale è cresciuta sta andando in malora, i genitori sono lontani, l’uomo che ha amato – il maestro di canto e teorico del teatro terapeutico Alfred Wolfsohn – è probabilmente perduto per sempre, i sogni di diventare un giorno un’artista appaiono, alla luce di tutto questo, quanto mai irrealizzabili. Finché, a rendere ancora più cupa l’atmosfera, improvvisamente la nonna si suicida, e Charlotte apprende che nella sua famiglia sono finite così tutte le donne a lei più vicine: la zia e la madre, la bisnonna, ma anche il fratello della nonna e la di lui figlia. La follia e la morte incombono dunque anche su di lei? Per sopravvivere alla rivelazione Charlotte possiede una sola arma: dipingere e raccontare. Vita? O teatro? nasce così. Ma è solo un breve, intensissimo exploit creativo, perché nel settembre del 1943, incinta di cinque mesi, viene prelevata dalle SS e deportata col marito in Germania, dove sarà soppressa subito dopo l’arrivo nel lager. Ha ventisei anni. Il suo capolavoro pittorico-narrativo però si salva. E oggi esce infine in versione completa, dopo alcune edizioni che sin qui avevano privilegiato, selettivamente, la forza visionaria delle illustrazioni rispetto alla furia affabulativa di Charlotte.

L’importanza della Salomon nell’arte del Novecento – tra Chagall e gli espressionisti, con precisi riferimenti a El Greco nell’allungarsi dei volti in spiritualissime maschere di dolore – è ormai riconosciuta da almeno una quarantina d’anni (Elisabetta Rasy ha fatto di lei, non a caso, una delle sei eroine del suo recente Le disubbidienti). Il volume pubblicato ora da Castelvecchi impone però di fare i conti anche con il talento narrativo di Charlotte. Le tempere qui raccolte rivelano infatti una chiarissima vocazione al racconto non solo perché, soprattutto nella prima parte, una singola tavola viene chiamata a sintetizzare momenti diversi, con lo stesso personaggio colto nell’atto di compiere azioni molteplici, ma perché, prese nel loro assieme, esse ambiscono a ricostruire una vicenda articolata su quattro generazioni.

Si può azzardare qualche ipotesi di lettura. Un primo modo per presentare Vita? O teatro? sarebbe includerlo tra i capolavori del wagnerismo tedesco – non diversamente, poniamo, dal ciclo cinematografico di Heimat. Il fatto che per molte guaches Charlotte indichi anche una musica di accompagnamento rafforza questa impressione: la sua autobiografia ambisce qui a farsi davvero arte totale. E che per un centinaio di tavole Charlotte scelga di illustrare lunghe conversazioni teoriche sulla natura dell’arte, con un momentaneo sopravvento della dimensione saggistica, apparenta Vita? O teatro? ai grandi esperimenti romanzeschi di Thomas Mann e Robert Musil.

Parlare del suo libro in edizione finalmente completa vuol dire però anche sbarazzarsi di qualche equivoco. Se la persecuzione antisemita ha giocato un ruolo decisivo nella esistenza spezzata di Charlotte, essa riceve un trattamento piuttosto marginale nel suo opus autobiografico. Qui bisogna resistere all’errore, che commettono quasi tutti i suoi interpreti, di proiettare su Vita? O teatro? quanto sappiamo della vita della sua autrice. Forse pure perché le tempere riunite sono il risultato di una selezione operata dalla stessa Salomon (su oltre 1300 realizzate), il racconto procede a strappi, indugiando su dettagli e spesso deliberatamente soprassedendo su qualche nesso causale prezioso. Ma proprio da questa scelta dipende anche molto del suo fascino, secondo una tipica opzione modernista, che allenta i legami più evidenti per esaltare, in loro vece, le connessioni profonde.

Da molti punti di vista Vita? O teatro? può far pensare al tentativo di mettere in ordine le proprie povere cose prima di prendere definitivamente congedo. L’ultima immagine che precede l’autoritratto conclusivo registra infatti una tremenda battuta del nonno che lascia presagire il peggio: «Dài, ucciditi una buona volta, e finiamola con tutte queste sciocchezze!». Charlotte ha amato, ed è attorno al suo grande amore che il suo racconto si organizza per intero, relegando in un «Preludio» e in un «Epilogo» tutto quanto è avvenuto prima e dopo l’entrata in scena di Daberlohn/Wolfsohn. Scomparso lui, riconosciuta la legge di autodistruzione che non lascia scampo ai membri della sua stirpe, non resta che prepararsi alla fine.

Le ultimissime pagine, di solo testo, lasciano però spazio anche per un’interpretazione meno cupa. La morte, in ossequio alle teorie di Daberlohn, potrebbe essere forse solo il passaggio necessario di un ciclo di distruzione e rinascita. E Charlotte, per diventare un’artista, deve – come scrive lei stessa – «svanire dal piano umano e fare ogni sacrificio per ricreare, partendo dalle profondità del proprio essere, il proprio mondo». In questa chiave, Vita? O teatro? è il racconto della maturazione di una grande personalità creatrice e della sua capacità di curarsi da sola attraverso l’arte (un’altra idea chiave di Daberlohn, che si era dedicato al canto per guarire dal trauma della vita di trincea). L’ultima tavola, di spalle, sarebbe dunque il segno che il tempo è stato «ritrovato» e, in qualche modo, nietzschianamente sconfitto. Si può guardare verso il mare: ci si può sporgere sul futuro. La vita non è finita. Appena qualche mese dopo, però, i nazisti avrebbero troncato sul nascere anche questo sogno.

Vita? O teatro?
Charlotte Salomon
Trad. e cura di Massimo De Pascale

Castelvecchi, Roma, pagg. 820, € 150

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