Corte di giustizia Ue

Cure mediche in uno Stato estero per motivi religiosi. Vanno valutati i costi

Il rifiuto introduce sì una differenza di trattamento, ma va tutelata anche il sistema sanitario del paese di appartenenza del malato

di Annarita D'Ambrosio

(AdobeStock)

2' di lettura

Le esigenze di sostegno del servizio sanitario di un Paese possono giustificare il no al rimborso di prestazioni all’estero richieste per motivi religiosi. Si occupa di cure sanitarie prestate in uno Stato estero la sentenza nella causa C-243/19 A emessa il 29 ottobre 2020 dalla Corte di giustizia Ue. Al centro il rifiuto, da parte dello Stato membro di affiliazione di un paziente, di concedere un'autorizzazione preventiva per il rimborso dei costi dell'assistenza sanitaria transfrontaliera qualora siano disponibili cure ospedaliere efficaci nello stesso Stato, cure a cui le convinzioni religiose dell'affiliato siano però contrarie. La Corte pur riconoscendo l'introduzione di una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione non definisce contrario al diritto dell'Unione europea il rifiuto in sé, qualora fosse però, come nel caso in esame, giustificato da uno scopo legittimo di mantenimento delle strutture sanitarie o delle competenze mediche interne.

La vicenda

Il figlio di un cittadino lettone doveva subire un intervento a cuore aperto. In Lettonia non si poteva realizzare senza trasfusione di sangue, ma il padre si era opposto in quanto testimone di Geova. Al servizio sanitario nazionale lettone aveva perciò chiesto di rilasciare un'autorizzazione che consentisse a suo figlio di beneficiare di cure mediche programmate in Polonia, dove l'operazione poteva essere effettuata senza trasfusione di sangue.

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Al rifiuto della domanda, in primo e secondo grado, in sede di legittimità era stata sollevata la questione dinanzi alla Corte di giustizia Ue relativa alla conformità tra il comportamento del servizio sanitario lettone rispetto alla normativa Ue, l'articolo 20, paragrafo 2, del regolamento 883/2004 , che stabilisce le condizioni in cui lo Stato membro di residenza di una persona assicurata che chiede l'autorizzazione a recarsi in un altro Stato membro per ricevervi cure mediche è tenuto a concedere l'autorizzazione e, di conseguenza, a farsi carico delle relative spese, nonché, la conformità all'articolo 8 della direttiva 2011/24 , che riguarda i regimi di autorizzazione preventiva per il rimborso dei costi dell'assistenza sanitaria transfrontaliera, letti alla luce dell'articolo 21, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che vieta qualsiasi discriminazione fondata sulla religione.

La motivazione

La Corte (seconda sezione) ha precisato che una differenza di trattamento legata a motivi religiosi è giustificata solo se si fonda su un criterio obiettivo e ragionevole ed è proporzionata allo scopo perseguito. E' stato osservato che, nel caso in cui prestazioni in natura erogate in un altro Stato membro generino costi maggiori di quelli legati alle prestazioni che sarebbero state erogate nello Stato membro di residenza dell'assicurato, l'obbligo di un rimborso integrale può generare costi supplementari.

Ne consegue che se l'istituzione competente fosse obbligata a tener conto delle convinzioni religiose dell'assicurato, questi costi supplementari potrebbero, considerata la loro imprevedibilità e la loro potenziale entità,comportare un rischio per la stabilità finanziaria del sistema sanitario di quello Stato, la quale costituisce un obiettivo legittimo riconosciuto dal diritto dell'Unione. Di conseguenza, bisognerà valutare caso per caso la situazione ed i relativi costi dell'intervento, che nel caso esaminato, era poi stato eseguito in Polonia, dove la trasfusione di sangue non era stata effettuata.

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