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Cyberattacchi, la doppia morale di Pechino sulla sicurezza dei dati

La Cina si difende: non siamo i mandanti dei raid ai server Microsoft. Ma la Cybersecurity è l’ossessione di un Paese ormai al top dell’informatica

di Rita Fatiguso

3' di lettura

Pechino ha investito nell’upgrade dei suoi sistemi informatici e sta rafforzando il ruolo e i fondi dell’autorità nazionale per la Cybersecurity che a breve avrà compiti di coordinamento di tutte le altre autorità di controllo. L’analisi dei flussi prodotti in Cina e trasferiti all’estero, lo storage, le apparecchiature certificate in house. Tutto deve essere a prova di attacco, furto, manipolazione e gestione da parte di potenze straniere. Blindati in casa, sul chi vive all’estero. Così l’uso della tecnologia rischia di diventare un’arma letale tra Cina e resto del mondo.

La sicurezza dati coincide con quella nazionale

Blindati in casa, in guardia all’estero. La Cina si è trasformata in una minaccia informatica primaria per gli Stati Uniti perchè nell’ultimo decennio ha riorganizzato i suoi sistemi informatici, puntando a costruire nuove difese.

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Insomma, è diventata un avversario sofisticato e ben più maturo degli Stati Uniti. Non a caso, secondo il Segretario di Stato americano Antony Blinken la Cina rappresenta “una grave minaccia per la nostra sicurezza economica e nazionale”.

L’America ha perso terreno su un fronte che si sta rivelando strategico.

Soprattutto, La Cina si è rafforzata in casa, dove la riorganizzazione è in corso. Perchè la sicurezza dati, stando alla filosofia del più longevo Partito comunista attivo sulla terra - ha appena compiuto cento anni - , coincide totalmente con quella nazionale.

Pechino, infatti, sta rafforzando anche economicamente il ruolo dell’autorità nazionale per la Cybersecurity che, a breve, avrà compiti di coordinamento di tutte le altre autorità di controllo.

L’analisi dei flussi prodotti in Cina e trasferiti o trasferibili all’estero, lo storage delle informazioni, le apparecchiature certificate in house. Tutto deve essere a prova di attacco, furto, manipolazione e gestione “maliziosa” da parte di potenze straniere.

Rimangono vive le tensioni tra i due blocchi

“Le accuse mosse dagli Stati Uniti e dagli alleati secondo cui il governo cinese ha condotto una campagna globale di cyber hacking creando un vero e proprio caos informatico devono essere provate”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian. “Noi combattiamo con fermezza tutti gli attacchi informatici. I campioni, in questo campo, sono loro, gli Stati Uniti”.

Non è una sorpresa, il riferimento agli alleati è chiaro, si tratta dello stesso schieramento compatto del G7 e del Summit Nato emerso a maggio che aveva individuato nella Cina una sorta di minaccia a tutto campo. Agli Stati Uniti si sono uniti la Nato, l’Unione Europea, l’Australia, la Gran Bretagna, il Canada, il Giappone e la Nuova Zelanda nel condannare lo spionaggio.

L’Europa che pure si è allineata agli Stati Uniti per condannare gli attacchi informatici ai server Microsoft da parte di hacker con sede in Cina non ha però fatto riferimento al Governo cinese come mandante dell’operazione.

Nelle ultime settimane il tema della difesa della sicurezza nazionale e dei pericoli che entrambi i blocchi corrono è ritornato sotto varie forme. I quattro cittadini cinesi accusati di aver organizzato la campagna di hacking globale per conto del Govenro cinese sono dunque solo l’ultimo capitolo.

Gli Usa hanno rafforzato la black list delle aziende cinesi in odore di legami con la Difesa imponendo ai capitali americani di disinvestire entro l’anno. Per difendere i suoi dati la Cina sta impedendo alle sue migliori aziende di sbarcare sui listini stranieri.

Una saga di cui il cyberattacco ai server di Microsoft exchange è solo l’ultimo capitolo.

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