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Cyberbullismo e minori: chi ha più di 14 anni può attivare le contromisure

Chi è vittima (o assiste a un episodio) può segnalare il fatto al social network, proporre un reclamo al Garante o chiedere l’ammonimento al Questore

di Marisa Marraffino


3' di lettura

I rimedi previsti a tutela della vittima dalla legge 71/2017 contro il cyberbullismo sono la segnalazione diretta al social network, il reclamo al Garante per la protezione dei dati personali e l’ammonimento al questore. Si tratta di strumenti azionabili direttamente dal minore che abbia compiuto 14 anni. A partire dalla stessa età il minorenne può sporgere denuncia o querela, anche senza l’ausilio del genitore, ma in caso di disaccordo prevale la volontà del genitore. Non è un caso che il Dlgs 101/2018 di adeguamento al Gdpr abbia fissato a 14 anni l’età minima per iscriversi a un social network.

Segnalazione al social network
L’articolo 2 della legge 71 del 2017 prevede che il minore possa segnalare al titolare del trattamento, al gestore del sito o del social network qualsiasi contenuto che lo riguardi. Il destinatario della segnalazione ha 48 ore di tempo per provvedere all’oscuramento, alla rimozione o al blocco del dato. Occorre tenere traccia della segnalazione effettuata tramite l’apposita funzione di feedback o comunicazione scritta al titolare dei dati.

Il reclamo al Garante
Se il contenuto non viene rimosso il minore potrà agire rivolgendosi direttamente al Garante per la protezione dei dati personali che sul proprio sito ha messo a disposizione il modellino per la segnalazione da inviare via mail e alla quale andranno allegati lo screenshot della segnalazione effettuata al social network, la descrizione precisa dei fatti e degli eventuali reati dei quali si ritiene di essere stati vittima. Il Garante dovrà intervenire nelle successive 48 ore.

Ammonimento al questore
È il rimedio previsto dall’articolo 7 della legge contro il cyberbullismo. Si tratta di una misura di prevenzione amministrativa, non penale, i cui effetti cessano appena il minore compie 18 anni e che può essere azionata quando non è ancora stata presentata denuncia o querela.

La procedura può essere attivata dalla vittima, questa volta rappresentata dai genitori o dal tutore, ma anche da terze persone, purché non da una fonte anonima. Si espongono i fatti alla polizia o alla stazione dei carabinieri più vicina, i quali trasmettono poi tutti gli atti al questore, che convoca il minore autore del reato insieme ad almeno un genitore. Se il questore ritiene sussistente l’illecito, assunte le informazioni del caso e sentite le persone informate sui fatti, ammonisce oralmente l’autore dell’atto di cyberbullismo, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e a non divulgare il video che, ad esempio, per il momento circola soltanto su chat singole o di gruppo.

Va sottolineato che l’efficacia di questa misura è alta soprattutto quando il contenuto illecito non sia ancora diventato virale e circola nei sistemi di messaggistica più diffusi, quali WhatsApp. In questo caso, la tempestività dell’intervento può arginare l’escalation criminale dei reati legati al cyberbullismo.

Messa alla prova del minorenne
Se invece il procedimento penale è già incardinato, in molti casi di reati legati al cyberbullismo, il Tribunale per i minorenni potrebbe concedere all’autore dei fatti la possibilità di sospendere il processo con l’espletamento della messa alla prova, ovvero con un procedimento di recupero e rieducazione, che se si concluderà positivamente, con una evoluzione della personalità del minore, darà luogo all’estinzione del reato e la sentenza non sarà iscritta nel casellario giudiziale. Presupposto per la concessione della messa alla prova è la presa di coscienza del fatto da parte del minore. Se l’autore nega o minimizza i fatti, non esistono i presupposti per avviare un processo di recupero alternativo al processo penale che quindi avrà luogo senza sospensioni. Per la corte di Cassazione parlare di scherzi per casi di cyberbullismo può condurre inoltre alla mancata applicazione delle attenuanti generiche perché denota l’«assenza di un processo di maturazione». (Corte di cassazione, sentenza 26595 del 28 febbraio 2018).

La dipendenza da internet
La Suprema corte ha affrontato anche il fenomeno della nevrosi depressiva da internet addiction disorder, stabilendo che può escludere il vizio totale o parziale di mente soltanto quando il disturbo non sia così grave da compromettere la capacità di intendere e di volere di chi ne è affetto. Nel caso di specie, in particolare, la forma di dipendenza era lieve perché l’imputato se ne era liberato cambiando abitudini di vita e iniziando una relazione sentimentale (sentenza 1161 del 20 novembre 2013).

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