DIRITTO

Cyberbullismo, la nuova legge frenata dal vuoto di regole internazionali

di Marisa Marraffino


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(Alamy)

2' di lettura

In assenza di strumenti internazionali contro il cyberbullismo è difficile immaginare che una legge nazionale (la 71/2017) possa risolvere un problema che non ha confini né regole uniformi. Resta ad esempio la facoltà dei siti internet e dei social network di autovalutare le richieste degli utenti minorenni così come il loro diritto di non collaborare con le autorità nazionali tutte le volte in cui il fatto illecito non costituisca reato per il proprio Paese di appartenenza.

Le norme non eliminano i vantaggi per gli autori dei reati, che possono muoversi sotto l’egida dell’anonimato, usando ad esempio reti Tor, server proxy o Vpn (Virtual Private Network); e che possono contare su tempi diversi di conservazione dei dati di traffico nei vari Paesi. Così, se né il Garante per la protezione dei dati personali né la Polizia postale riusciranno a individuare l’indirizzo Ip di chi carica i contenuti, le nuove disposizioni non potranno che restare sulla carta; e il rischio è concreto, dato che i minorenni, diretti destinatari delle nuove norme, conoscono bene gli strumenti di anonimizzazione online.

Sul fronte delle segnalazioni, poi, non tutti i siti né le piattaforme social sono dotati di strumenti immediati per intervenire e l’obbligo di predisporre adeguati sistemi di inoltro delle richieste è stato stralciato dalla legge.

Improbabile poi che i social network attivino un controllo “umano” entro le 72 ore complessive dalla segnalazione e garantiscano quindi l’efficacia della norma, in assenza di precise disposizioni coercitive o sanzionatorie.

Quanto allo strumento preventivo dell’ammonimento al questore, potrebbe rappresentare un valido effetto deterrente, ma lascia dei dubbi procedurali. A differenza dell’omonimo istituto previsto per il reato di atti persecutori, la nuova misura si applica per espressa volontà del legislatore anche ai reati di trattamento illecito dei dati personali (articolo 167 decreto legislativo 196/2003) e al reato di minaccia aggravato (articolo 612, comma 2, Codice penale), che sono procedibili d’ufficio, come anche il reato di sostituzione di persona (articolo 494 Codice penale) non menzionato dalla norma. Va ricordato che esporre davanti a un’autorità di pubblica sicurezza reati procedibili d’ufficio comporta automaticamente la denuncia nei confronti dell’autore, indipendentemente dalla volontà della vittima. E dato che la legge non prevede una deroga espressa all’obbligo degli agenti di pubblica sicurezza di trasmettere gli atti alla Procura minorile quando vengano messi a conoscenza del fatto, per i cyberbulli la denuncia scatterà in automatico. Quindi, la finalità solo preventiva dell’istituto potrebbe essere, almeno in parte, disattesa.

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