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D’Alema: verso modello bipolare Usa-Cina, l’Europa recuperi un ruolo

L’affermazione della globalizzazione è avvenuta senza essere governata. C’è stato cioè «un deficit di politica, un vuoto che è stato riempito dal ritorno brutale del 900 e persino dell’800»

di Barbara Fiammeri

Massimo D’Alema al Festival dell’Economia di Trento

3' di lettura

«La Cina sta già mettendo le mani sulle risorse russe. Gli Usa, di contro, grazie alla guerra in Ucraina, stanno rafforzando la propria presa sull’Europa. Basti pensare che aumenta l’importazione di gas liquefatto dagli Stati Uniti e agli introiti dell’industria delle armi. Usa e Cina rappresentano il nuovo ordine mondiale bipolare. Ha ragione Romano Prodi: solo un negoziato tra loro potrà portare alla fine della guerra in Ucraina,ma né Usa né Cina hanno interesse a far finire in fretta quel conflitto».

Così parlò Massimo D’Alema al Festival dell’Economia di Trento. La guerra alle porte dell’Europa, per l’ex premier ed ex ministro degli Esteri, produce effetti ben oltre i confini ucraini. Intervistato dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, nell’incontro dal titolo «Dove stanno andando economia e politica mondiale, rischio guerra fredda e ruolo dell’Europa», D’Alema ha insistito in particolare sul cambiamento geopolitico in atto frutto - come quasi sempre -anche degli errori del passato.

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«La classe dirigente del mondo occidentale degli anni 90, di cui anch’io facevo parte» era convinta che con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’impero sovietico era stata decretata la vittoria del modello capitalistico e del suo modello culturale e politico. Per dirla con Francis Fukuyama: eravamo alla fine della storia. Ma è stato un gravissimo errore. «Il venir meno delle ideologie ha portato al ritorno degli scontri di civiltà», ha detto D’Alema ricordando Tony Atkinson.

L’affermazione della globalizzazione è avvenuta senza essere governata. C’è stato cioè «un deficit di politica, un vuoto che è stato riempito dal ritorno brutale del 900 e persino dell’800».

Il modello che insegue Vladimir Putin non è infatti quello sovietico ma quello zarista. Una visione anacronistica,che porterà alla sconfitta della Russia, sempre più attratta nell’orbita cinese, ma anche dell’Europa. «D’accordo, mandiamo le armi all’Ucraina. Ma come si ricostruisce un ordine mondiale? Cosa vuol dire “vinceremo la guerra”, combattendo con una potenza nucleare? A medio termine, chi governa, anche in Italia, che piano ha? Io non lo capisco e questo mi spaventa».

Il rischio è che si vada avanti per inerzia, in un «frozen conflict» che come effetto avrà l’indebolimento della Russia, certo, ma anche il «nostro declino» mentre parallelamente si consolida quell’ordine mondiale bipolare cino-statunitense.

Basta leggere alcuni dati per convincersene: «L’Europa alla fine della prima guerra mondiale, cioè 100 anni fa, rappresentava il 25% della popolazione del mondo, il 52% dell'economia mondiale e l'età media degli europei era 26 anni; oggi noi siamo il 7% dell'umanità, il 14% dell'economia e l'età media è di 44 anni: non è la stessa cosa e se noi continuiamo a pensare di essere ancora i padroni del mondo rischiamo di svegliarci una mattina per essere caduti dal letto».

Proprio per evitare questo declino l’Europa è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale. «Con questa invasione la Russia ha commesso un crimine ingiustificabile ma non c’è una pace vera che non si faccia carico anche delle ragioni dei russi: loro le hanno perse ma queste ragioni c’erano».

A partire dalla sicurezza dei loro confini, «assicurando che i Paesi limitrofi non possano avere installazioni di armi nucleari, e della tutela delle minoranze russofone». Ma queste garanzie - ha aggiunto - non può offrirle l’Ucraina ma, appunto, deve essere l’Europa d’intesa con gli Stati Uniti.

Quanto al rischio di un ulteriore allargamento del conflitto anche nel Pacifico, D’Alema è apparso scettico. «Non credo che la Cina invada Taiwan, che loro comunque considerano Cina e ritengono gli sia stata sottratta truffaldinamente».

Tuttavia, ha sottolineato, Pechino ha commesso «un gravissimo errore» che è oggi anche all’origine del «raffreddamento delle relazioni internazionali» e cioè la repressione ad Hong Kong. «Non hanno voluto più rispettarne la peculiarità venendo meno a quanto sosteneva Deng, “un solo Paese, due sistemi”, ed è chiaro che questo - ha concluso - accentua a Taiwan la paura di subire la stessa sorte e l’ostilità a una riunificazione nazionale.

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