dieci storie di roberto de simone

Da 5 secoli Canta Napoli

di Riccardo Piaggio

. Il Sestetto Carosone alla Carnegie Hall di New York, il 6 gennaio 1958

4' di lettura

Questo viaggio non comincia dove il turista cerca l’esperienza del tipico o l’emozione del folklore. E termina altrove, oltre le sicure cartoline dell’immaginario di tutti noi (napoletani compresi). Il nuovo racconto di Roberto De Simone non invita il lettore a una gita, piuttosto lo conduce a una esplorazione in una metaforica Napoli sotterranea. La canzone napoletana non viene assunta «come barca per una passeggiata tra Posillipo e Santa Lucia, ma come vela di una nave spinta dai venti della storia e da quelli del mito». Fenomeno universale e particolare, la canzone napoletana è un impasto unico di musica «colta, semicolta, popolare e popolareggiante», che va ben oltre il discorso musicale.

La Canzone napolitana, in uscita per I Millenni di Einaudi, la prestigiosa collana ideata nel 1945 da Cesare Pavese, è anche una Storia di Napoli antica, moderna e contemporanea, da cui possiamo imparare più di qualcosa sulla nostra precaria identità nazionale. Pensata al calamaio (la classe del Maestro è 1933), scritta in lingua italiana e nel colto dialetto napoletano, è un’antologia che assume, capitolo dopo capitolo (e dentro ciascuno) la forma del racconto, del memoir, dell’essai. Alcune storie sono brevi atti teatrali, canzoni senza musica come la «Storia della centenaria zia Arcangela, di imprevedibili probabilità, di chiavi per strumenti sottochiave» (Cap. 8). L’opera intera va affrontata come un’immersione o un’esplorazione a seconda del tipo di viaggio che ci si appresta a fare (la scoperta o l’esperienza) tenendo conto che a scriverlo è un uomo nato prima delle Olimpiadi naziste, del Nobel a Pirandello e, per dire, dell’inaugurazione di Carbonia.

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Scritta con garbo inusuale, la raccolta definitiva di De Simone ha un titolo assiomatico che nulla aggiunge alla materia di cui è fatta ed è composta da dieci curiosissime storie che coprono cinque secoli di Storia, dal cinquecento al novecento. La cifra è quella della favola, del Cunto tanto caro a De Simone, che già riscrisse quelli di Basile nel 2002, sempre per I Millenni. Il volume, senza dubbio un compiuto saggio filologico, è pubblicato per collocarsi tra le opere non-fiction che sono dei classici sin dal principio (è il caso di opere aperte come la serie sul jazz di Schuller e il volume sulla musica barocca di Bukofzer) il cui valore sta nelle domande che suggeriscono, nella qualità della scrittura, nella rivelazione di una storia. In questo senso, La canzone napolitana è un’opera letteraria; la si può leggere come fosse il libretto di un’opera del Maestro, scritta per quel paesaggio urbano e rurale (il più popoloso d’Europa) che coincide con Napoli (ma non con la sua cartolina) e il suo esteso mantello vesuviano.

De Simone compone un viaggio tra mercati rionali e biblioteche, filastrocche infantili e Stabat Mater, canti di carcere e ninne nanne, antiche partiture e vinili 78 giri dei cantanti-posteggiatori di inizio ‘900, incolpevoli antesignani dell’attuale neo-melodico. Belcanto, seste napoletane, dominanti melodiche e cadenze sulla tonica sono efficaci stratagemmi per raccontare la città, la sua storia, la sua (e la nostra) eterna vocazione al compromesso, la vera grande lezione napolitana, antidoto alla furia del cuore e della ragione.

L’opera è illustrata dallo scenografo Gennaro Vallifuoco con décollages di alto artigianato che fanno da storyboard al volume. La pittura di Vallifuoco, «carica di teatralità, di interiori rappresentazioni esoteriche, mitiche ed oniriche, ed elementi stilistici sia popolari sia colti», racconta efficacemente, con la semplicità di un libro illustrato per l’infanzia, metà millennio di cultura napoletana. La canzone napolitana è un inno all’oralità e alla vocalità, le cui tessiture, colori e composti sono la misteriosa materia alchemica di cui è fatta la canzone napoletana. Il canto è al centro della scena, al cuore della Storia; perché la prima voce di Napoli (Parthenope, vergine in greco) è quella delle Sei sorelle, le Vergini che fanno da corona al Vesuvio già raccontate da De Simone nel volume Son sei sorelle. Rituali e canti della tradizione in Campania (Squilibri, Roma, 2010). Sei più una, la Madonna nera di Montevergine («Chell’era ’a settima sora, ’a cchiú brutta, però ’a cchiú brutta è ’a cchiú bella!»), da invocare e a cui chiedere tutto, compresa la vendetta (specialità della Madonna dell'Arco), compreso l’amore («Son sei sorelle/son tutte belle/son tutte belle/per far l’amor»).

A campare di contraddizioni, si campa a lungo. Napoli, spugna della storia, Città del Sole e oscuro Pandemonio dentro e sotto il vulcano, è costruita sulle antinomie. Urbana e rurale, tradizionale e innovativa, sempre messa in scena, anche quando oscena, devota, laica, pagana, soprattutto viva e vitale, la canzone napoletana è la vera Mater di Napoli, urbe devota nella stessa misura a Vergini e malafemmene. La propensione esistenziale al canto dei napoletani offre fenomeni sconosciuti ai più, come i teatri nomadi dei femminielli tra cui, in epoca fascista, si distinsero personaggi come «culo e Musullino e Pulicane recchia ’e Fascio (spia del Fascio oppure ricchione iscritto al regime)».

Così si viveva, si cantava e si recitava a Napoli. La storia si conclude simbolicamente con la liberazione di Napoli, con cui comincia il vero declino, «nel pulviscolo inquinante, le telegenica simpatia di Renato Carosone, somatico scugnizzo addomesticato all’omologazione mediatica, sciorinava inutilità linguistiche sui giovani napoletani sedotti dall’americanismo, mascherati da toreri senza tori, da sfaccendati gagà, effigiati in innocue dilatazioni caricaturali condivise dagli stessi caricaturati».

L’unica cartolina che De Simone è disposto a mostrarci è quella di una città costantemente messa in scena e offerta a noi come un gigantesco e scomposto ex voto. Gli eroi dell’epica napolitana sono la sciantosa Ester Bijou, il posteggiatore ’O’zzecca-cartielle, l’improvvisatore Cucciariello. Eroi per vocazione, semidèi per Grazia ricevuta, fino alla prossima eruzione.

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