l'analisi dello iese

Da Adam Smith al bitcoin, così cambia l’economia

di Alfredo Pastor


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(Marka)

3' di lettura

La speculazione di massa sul sistema finanziario sembra essersi attenuata. Ci sono notizie di maxifusioni e raccomandazioni per rivitalizzare le banche europee, ma poco di più. I contribuenti, già messi a dura prova, potrebbero chiedersi se non sia la quiete prima della tempesta.

Per prevedere il prossimo futuro, potremmo rispolverare alcune vecchie idee. Vale la pena tornare a un testo canonico della nostra disciplina, La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. Nella sua opera magna, Smith usa un espediente comune ai suoi tempi, quello di collocare i lettori in uno stato primigenio dell'umanità: gli uomini nascono liberi e autosufficienti; le loro interazioni sono motivate dalla convenienza.

Il commercio è una di queste interazioni, nato da un'«inclinazione a trafficare, a barattare e a scambiare una cosa con l'altra». Per eliminare l'onere del baratto, un individuo prudente conserva «una certa quantità di una merce o di un'altra, tale da fargli ritenere che pochi la rifiuterebbero in cambio del prodotto della propria attività».

Insomma, si scopre che l'idea che la moneta necessiti di un supporto «reale», sotto forma, per esempio, dell'oro, è falsa. La moneta è apparentemente la creazione dell'autorità, senza altro valore che quello che la legge le conferisce. Privare la moneta di un ancoraggio «reale» pone l'interrogativo di chi abbia la responsabilità di gestirla.

Chi dovrebbe garantirci che gli istituti bancari, i creatori di moneta, seguiranno le linee più appropriate per gestire senza scossoni l'economia?

Sulla base della mia interpretazione di Smith, propongo quattro opzioni attuali:
1. Lo Stato. Le banche non possono erogare credito in misura superiore alle loro riserve, così come stabilite dallo Stato. Questa opzione implica una sfiducia verso le banche private. E una secolare storia di inflazione e deprezzamento della moneta originati da questo sistema mette in discussione la capacità dello Stato di mantenere la disciplina monetaria.
2. Sistema della riserva frazionaria. È il sistema attuale. Le banche erogano credito fino a un multiplo delle loro riserve create presso la Banca centrale, il cui obbiettivo primario è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Le banche hanno una certa flessibilità e la Banca centrale non è costretta a cedere alle pressioni politiche. Purtroppo, col tempo, il controllo della Banca centrale si attenua.
3. Il mercato. La domanda di credito da parte di entità solvibili non è illimitata, e questo dovrebbe essere motivo sufficiente, per un banchiere prudente, per porre un tetto all'espansione del credito erogato. La ricorrenza delle crisi finanziarie dimostrata che l'autocontrollo, se mai esiste, svanisce nei periodi di diffuso ottimismo.
4. il bitcoin, o la criptomoneta. Simile all'opzione 1, con l'unica differenza che qui è un algoritmo a stabilire la quantità di moneta. Le transazioni fra i partecipanti sono private. La criptomoneta può avere liquidità oppure no. È ancora agli albori, ma un sistema monetario basato sulla criptomoneta è immaginabile.

Le ultime due opzioni mantengono la gestione della moneta al di fuori delle mani dello Stato. Ai tempi di Smith non esistevano le criptovalute, ma ci sono ragioni per pensare che se fossero esistite il filosofo scozzese ne sarebbe stato un convinto sostenitore. Tuttavia, considerando il suo scetticismo nei confronti dell'accortezza finanziaria dello Stato, con ogni probabilità si sarebbe fidato del mercato.

Insomma, una riforma del sistema corrente sembra l'opzione più promettente. Ma la regolamentazione da sola è semplicemente un espediente temporaneo, e cercare di risolvere tutto quello che non va nel mercato è controproducente. Una potenziale virtù di una Banca centrale indipendente non sta nel fatto che ne sa di più del mercato, ma nel fatto che i suoi gestori hanno la responsabilità personale e professionale di lavorare nell'ottica non di un conto profitti e perdite, ma del buon andamento dell'intera economia, che ovviamente è un aspetto importante del bene comune.

Alfredo Pastor è professore emerito di Economia presso la Iese Business School
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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